|
Castrignano del Capo
20,36 kmq - 121 m.s.l.m.
Sindaco del comune è Antonio Ferraro (neo eletto con la lista Alternativa Progresso nelle Elezioni Amministrative del 28 e 29 maggio 2006)
Codice Catastale: C336
Posizione geografica: 68 Km a sud-est di Lecce; 20 Km da Maglie; 42 Km da Gallipoli; 3 Km da Leuca.
Economia: prevalentemente agricoltura, turismo e terziario.
Abitanti: 5.362 (6237 nel 1966) - Prefisso: 0833 - CAP: 73040.
Mercato il giovedì - Fiere il 19 marzo e l'8 maggio - A Giuliano il 2 luglio.
Caserma Carabinieri Via Corsica 0833/752351
Guardia di Finanza: la Brigata di Via Doppia Croce è stata soppressa nel 2005.
Polizia Municipale presso il Municipio 0833/751216
Guardia Medica Via G. Romano 0833/751293
Lo stemma di Castrignano del Capo
Si pensava raffigurasse una chiesa tra due costruzioni più piccole assomiglianti a due torri. Questa immagine, tuttavia, non trovava consensi unanimi: c'era infatti chi riteneva che essa fosse un falso poiché il più antico esemplare di stemma esistente a Castrignano, che è quello riprodotto sulla facciata della chiesa parrocchiale, non raffigurerebbe una chiesa bensì un castello affiancato da due torri. Non sono pochi perciò quanti hanno desiderato che l'arma civica fosse modificata per renderla fedele al modello originale. Dopo apposite ricerche affidate ad un ente araldico dall’ex sindaco prof. Nando Marzo, come dice il nostro compianto studioso Antonio Ferraro nel suo libro Castrignano del Capo e i suoi documenti, l’affare, ripreso dal sindaco prof. Francesco Siciliano, ha avuto il suo giusto coronamento col riconoscimento ufficiale del “Castro triturrito” sanzionato dal decreto del Presidente della Repubblica 25 giugno 1998, iscritto nel Registro Araldico dell’Archivio Centrale dello Stato di Roma il 1° settembre 1998 e registrato nei registri dell’Ufficio Araldico il 3.9.1998.
Quello castrignanese è un cosiddetto "stemma parlante": come dire che la sua simbologia altro non è se non un linguaggio figurato che fa individuare da solo nome e origini del paese. Infatti il nome Castrignano deriva dal latino "castrum" che significa "fortezza", "luogo adibito alla difesa militare", immagine alla quale rimandano con immediatezza le tre torri dello stemma, e ciò rinvia inevitabilmente alla nascita del casale, avvenuta al tempo della conquista romana del Salento. Era abitudine dei Romani (ma anche una precisa strategia) costruire nei luoghi conquistati castelli, rocche, e distaccamenti militari che servivano come centri di difesa da eventuali atti di insurrezione delle popolazioni asservite (Descrizione: Emblema araldico Di colore azzurro, è costituito da un castello d'argento, chiuso e mattonato di nero, con il fastigio privo di merli, recante tre torri finestrate, ciascuna merlata alla guelfa, di cui quella centrale più alta e più larga. Blasonatura Drappo partito di bianco e d'azzurro, riccamente ornato di ricami d'argento. Riporta al centro lo stemma del Comune con l'iscrizione centrata in argento, recante la denominazione del Comune).
Sono numerosi gli esempi di roccaforti che pur costruite lontano dalle città ne costituivano il sistema di difesa. Così, tra Vereto e Leuca sorse uno di questi distaccamenti che si trasformò in un villaggio abitato anche da civili in seguito alla distruzione di Vereto avvenuta nel X secolo ad opera dei Saraceni. Una parte della popolazione scampata all'eccidio consumatosi nelle due città si stabilì in un luogo poco lontano da esse dando origine ai casali di Patù e di Morciano di Leuca; un'altra riparò tra le mura della fortezza che offriva migliori garanzie di rifugio. Fu così che, con il passare del tempo, intorno a quel "castrum" romano si formò un centro abitato che venne chiamato appunto (Castrinium) Castrignano; al nome in seguito si aggiunse l'appellativo "del Capo" (e infatti è nel Capo di Leuca) per distinguerlo da un altro paese omonimo in Terra d'Otranto (Castrignano dei Greci).
Castrignano del Capo non abbassò mai la guardia e anche nei secoli successivi continuò a mantenere la vocazione alla difesa, sia per mantenere l'antico prestigio guerriero, sia perché vi era indotta dalla precarietà dei tempi e dal susseguirsi delle invasioni e delle scorrerie. Così, quando nel 1456 un terremoto fece crollare le superstiti fortificazioni romane, al loro posto furono immediatamente edificate due robuste torri; la data della loro costruzione è sull'architrave della chiesa: 1557. Nonostante ciò il paese cadde in mano agli Algerini sbarcati nella rada di Leuca nel 1624.
Lo stemma di Castrignano del Capo simboleggia, dunque, le antiche vicende che determinarono la nascita del paese, anche se va aggiunto che in araldica la torre indica alti meriti, determinazione, spiccata predisposizione alla difesa attiva. Va aggiunto, per finire, che Castrignano del Capo è comune autonomo fin dal tempo dei Normanni e che nel 1816 ebbe giurisdizione amministrativa anche su Salignano e Giuliano, divenute frazioni, alle quali si aggiunse Leuca. Nel 1853 ebbe un importante "Monte frumentario" (una sorta di cassa rurale) costituito per venire incontro agli agricoltori della zona; fu una iniziativa dei Daniele di Gagliano e degli Arditi di Presicce che nel 1880 ottennero la trasformazione del "Monte" in "Banco monetale".
Infeudato al Barone Bernardo De Castro (1270), il paese passò al figlio Gualtiero e successivamente ai Pignatelli, ai De Caniano, a Errico Acconciaioco di Ravello, ai Capano. Nel 1378 era feudatario un certo Riccardo de Costerniamo e nel 1402 Baldassarre Della Ratta (casato di origine spagnola, di cui sarebbe il capostipite il catalano Diego de La Rath Conte Gran Camerlengo” 1285-1328, che venne in Italia verso il 1302 tra i cortigiani della Regina Sancia di Napoli; Governatore di Crotone, Maresciallo, Capitano Generale in Toscana nel 1305, Conte di Caserta e Gran Camerlengo del Regno di Napoli). Passò quindi ai Del Balzo, ai De Capua, ai Gonzaga, ai Brayda e nel 1602 ai Guarini ed infine agli Aragona che tennero la contea fino al 1806 quando fu abolita la feudalità con una legge del 2 agosto. Alcuni di loro furono feudatari molto pericolosi in quanto spalleggiati dal governo del meridione, guidato da viceré incapaci, che si permettevano di tutto; peraltro erano tempi in cui vivere significava per molti solo sopravvivere. All'epoca il nucleo familiare tipo abitava in uno, massimo due locali ed era costituito da più figli, nuore con figli a loro volta, e fratellastri tutti accomunati da una secolare povertà e un'ammirevole dignità non più riscontrabile ai giorni nostri.
L'agricoltura ed il turismo sono le fonti di ricchezza degli abitanti del
piccolo centro salentino. La vite e l'ulivo conservano ancora oggi un
ruolo primario nell'economia locale. Il nostro vino, proveniente da ottima
uva, una volta "stumpata cu lli pedi", seppure un po' forte, è
particolarmente gradito dai nostri concittadini mentre le quantità
eccedenti il fabbisogno vengono conferite in cooperative ed acquistate da
ditte del Nord che lo utilizzano per "il taglio" di altri vini più
leggeri. Gli attuali mezzi di trasporto e le nuove tecniche di
lavorazione, sostituendosi ai traini a due botti e a superati sistemi di
trasformazione del prodotto, hanno enormemente accorciato i tempi della
"campagna dell'uva" (fino a non molto tempo fa gli operai attendevano il
ricavato della "campagna" o del raccolto del grano o della vendita
dell'olio per "sposarsi e mettere su casa").E l'olivicoltura che si sforza
ancora di tenere il passo; gli antichi trappiti (frantoi), isole lontane
di macine, muli "trappatari" e "nachiri" hanno lasciato il posto a moderni
impianti. La stessa raccolta delle olive, un tempo lunga e faticosa, ora
viene effettuata con strumenti che ne consentono finanche la pulitura.
Tra le frazioni di Castrignano, a Giuliano si
ammirano oltre al menhir di Ussano, dal nome della piazzetta dove è
situato, alto m. 1,80 avente una base rettangolare di cm. 25x50, alcune
cripte basiliane e la piccola Chiesa di San Pietro del secolo X d.C.; a
Salignano vi sono la Chiesetta barocca di San Giuseppe ed una bella torre
difensiva cinquecentesca alta ben 15 metri, ora adibita ad attività
culturali; a Leuca è storicamente importante il Santuario della Madonna
eretto probabilmente sulle rovine dell'antico tempio di Minerva, meta a
suo tempo di incessanti pellegrinaggi.
Castrignano del Capo è situato all'estremo sud
della penisola salentina e ospita monumenti di interesse storico quali Borgo Terra.
Degni d'attenzione la Chiesa parrocchiale di
San Michele, edificata in stile barocco, conserva tratti della
preesistente Chiesa rinascimentale; costruita tra le due torri dell'antica
rocca, ad unica navata, il prospetto esibisce un portale finemente
intagliato nella pietra leccese; buono lo stato di conservazione. La
Chiesa parrocchiale, diroccata da un tremendo terremoto che colpì
Castrignano, come tutto il Salento, nel primo pomeriggio del 20 febbraio
1743, fu poi abbattuta per costruirne una nuova (era sindaco Alessandro
Marzo ed arciprete don Giovanni Petese).
La costruzione iniziò il 2 aprile 1743 e
terminò il 22 dicembre 1751 (era sindaco Bartolo Angelici). La Chiesa,
bellissima all'interno, con l'altare maggiore rivestito in marmi pregiati
lavoratissimi, come quelli laterali anch'essi molto belli, ed una
balaustra finemente realizzata, nel 1970 subì lo scempio della loro
distruzione a seguito di una disposizione ecclesiale che voleva il
sacerdote celebrante rivolto verso i fedeli. Quasi tutte le parrocchie
diedero soluzione al problema con la costruzione di un apposito "tavolo"
in pietra o in marmo posto davanti all'altare, solo a Castrignano e in
qualche altro caso, si ricorse nella generale indifferenza alla drastica
soluzione accennata. Come diretta conseguenza di ciò si ebbe anche la
distruzione dell'antico emiciclo in legno posto alle spalle dell'altare
maggiore (era parroco don Nino Fersurella).
Una sacrosanta reazione avrebbe dimostrato che
la collettività degli individui di Castrignano si sentiva popolo e non
massa e che i singoli si sentivano cittadini e non sudditi! Ma questa, per
noi Castrignanesi, sembra quasi una normale e naturale tendenza se solo si
fa caso a come abbiamo subìto per anni, senza peraltro troppo
generalizzare, l'arroganza e la protervia di chi aveva il dovere di
fornire i servizi burocratici municipali, postali o altri con la doverosa
umiltà e cortesia proprie di coloro che svolgono un lavoro "al servizio"
dei cittadini. La colonna votiva dedicata all'Immacolata Concezione
(statua realizzata dallo scultore Martino Carluccio di Muro Leccese e ristrutturata nel 2004),
costruita dai cosiddetti "mesci Nardi" (mastro Leonardo Picci) nel 1838
come ricorda un'iscrizione in latino riprodotta a pennello sulla facciata
est dell'alto piedistallo quadrato, che sorregge la grande colonna:"A Dio
Ottimo Massimo".
L'opera che tu scorgi dedicata alla Vergine
Immacolata non da finta pietà fu costruita senza interruzione a sole spese
di questo venerabile sodalizio nell'anno della riacquistata salvezza
1838"; si erge al centro di un incrocio del nucleo storico. La Colonna di San Michele (da attribuire
per identità di forma e di modellato, allo stesso autore della statua
della Madonna), fatta costruire nel 1839: era sindaco Domenico Calabrese,
mastro falegname, possidente, che tenne la carica dal 1838 al 1848. Da
quel momento per i forestieri Castrignano divenne "il paese delle due
Colonne". La Cappella di S. Antonio edificata nell'ultimo quarto del
secolo XIX, presenta una facciata sobria; si trova nel centro storico e
versa in uno stato di conservazione discreto; e' fruibile. L'attuale
cappella di S. Maria della Misericordia che risale al 1639 e fu edificata
sulle rovine di un'altra dedicata a "S. Maria dello Trisciolo".
La Cappella della Madonna delle Morelle,
adiacente al cimitero, fu edificata nel secolo XIX in seguito ad un fatto
prodigioso. Secondo la leggenda che fissa i fatti al primo decennio del
Settecento, un cacciatore di Castrignano camminava nel bosco rimuginando
sulla cattiva sorte che fino a quel momento gli aveva riservato un
carniere completamente vuoto. Improvvisamente vide sul ramo di un albero
un cardellino e pensò che forse esso avrebbe reso meno miserabile il
bilancio della giornata. Così puntò il fucile e fece fuoco. Il cacciatore
aveva una buona mira e si stupì quando vide che l'uccello non si era
nemmeno mosso dall'albero. Caricò nuovamente e sparò, ma anche questa
volta il cardellino rimase al suo posto, incolume e imperterrito.
Fece nuovamente fuoco, stesso risultato.
L'uomo infuriato andò allora sotto l'albero per vedere quale strano essere
lo stesse gabbando quando tra i rami di un cespuglio di more (o morelle,
come vengono chiamate qui) trovò un'immagine della Madonna. Capì di
trovarsi di fronte a un miracolo e decise di far costruire la chiesetta
dove fu riposto il quadro, che tuttavia scomparve (forse rubato) qualche
tempo dopo. La Cappella presenta un'estrema semplicità architettonica;
versa in uno stato di conservazione discreto ed è fruibile. La
piccolissima cappella dello Spirito Santo sulla strada per il Cimitero; La
cappella votiva della Madonna della Nova sulla strada di Terragreci (o
Terradeci).
Sempre su questa strada, a metà del percorso
per Leuca, due edicole votive della Madonna, segno visibile della
devozione popolare. Nel cimitero, ultimato nel 1876 su progetto
dell'ingegnere Vigneri, la Cappella dedicata dalla omonima confraternita
alla Madonna (Mater Misericordiae): nel 1925 furono spese 84,50 lire per
"effettuare due scavi nella zona". Infatti si era deciso di ampliare la
relativa area cimiteriale provvedendola di una vera e propria Cappella
talchè, nel 1926, l'esperto Oronzo Stasi di Michele era stato "omesso" da
ogni servizio della confraternita per gratuito progetto da lui eseguito
per l'edificazione delle nuove tombe della Congrega.
Il progettista Oronzo Stasi era figlio d'arte
e discendente di una famiglia di muratori, che si era stabilita da
Gallipoli a Castrignano del Capo nel 1775 con mastro Vincenzo Stasi di
Francesco. Per conto del Comune aveva realizzato i ponti che collegavano
le sponde opposte dei canaloni di Leuca dove nel 1890, su progetto
dell'ingegnere Ruggeri, aveva diretto i lavori della nascente Chiesa della
marina. Era entrato in Confraternita il 18 gennaio 1921 e all'atto
d'essere "cantato" offrì 15 lire.
Il progetto trovò esecuzione pratica nel 1927,
quando si impiegarono 485 lire "per uno scavo di 60/70 mt cubi per uso
tombe allo scopo della Confraternita".
I lavori per la costruzione della Cappella mortuaria al cimitero furono
completati negli anni 1930/31, sotto il priorato di Francesco Maggio.
La Masseria Palamita, edificata intorno ad una
torre di difesa del secolo XVI; il complesso masserizio è stato di recente
trasformato in dimora stagionale; versa in uno stato di conservazione
buono, è visitabile. Il Palazzo Fersini edificato nel secolo XVII, è
ubicato lungo il perimetro murario di Borgo Terra; presenta un prospetto
sobrio e versa in uno stato di conservazione pessimo, non è fruibile.
Il Palazzo Muzi edificato tra la fine del secolo XVIII e i primi del XIX, è ubicato nel nucleo antico di Piazza San Nicola. Trattasi di una elegante e signorile dimora, senza dubbio uno dei più bei palazzi del paese costruito lungo le sue mura di cinta, a lato dell’altrettanto famoso palazzo Fersini (progettato nel 1460 dall'architetto leccese Montanaro) e di borgo Terra.
Dell' epoca rimangono, ancora ben conservate, una cortina in muratura a pendenti o pettu de picciune e di fronte ad essa una gettarola, dalla quale si lanciavano pietre ed olio bollente per difendersi dagli attacchi dei pirati barbareschi che, provenienti dalle basi nord africane di Algeri, Biserta, Tripoli e Tunisi a bordo di galere e delle più agili fuste, frequentemente sbarcavano a Leuca e saccheggiavano il nostro territorio.
Per oltre due secoli fu la dimora della famiglia Trani con asserite ascendenze nobiliari, col presunto diritto di asilo spettante al reo che avesse bussato al portone di questo splendido e sobrio palazzo.
L' atrio del cortile, a grandi conci di calcare (chianche), nella sua parte iniziale è ricoperto da un'ampia volta, utile nei giorni di pioggia per ripararsi all' arrivo al palazzo. In origine, infatti, ai lati del Sapportu vi erano due ingressi secondari, poi murati.
Il palazzo fu realizzato non solo come dimora dei proprietari, ma nello stesso stile delle antiche masserie autosufficienti, aveva all' interno un mulino, ben tre pozzi per la raccolta dell' acqua piovana ed usufruiva del vicino frantoio ipogeo. Vi abitavano, quindi, diverse persone addette ai più variegati servizi: dal massaro al pescatore, dal fornaio al maniscalco, dal trappataro al contadino. Questi e le loro famiglie dovevano, in cambio dell' ospitalità, provvedere al fabbisogno quotidiano dei proprietari ed alla manutenzione del palazzo stesso.
Nel 1860 Donna Francesca Trani sposò Don Domenico Ferrari dei Duchi di Parabita. La loro figlia Mariannina portò poi in dote il palazzo ai Muzi di Gallipoli, il cui ultimo discendente in linea maschile, Vittorio, è scomparso alla fine del sec. XX.
Si dice che questa dimora abbia ospitato nel 1807 Giuseppe Bonaparte. Inoltre nel 1943 vi alloggiò il re Vittorio Emanuele III accompagnato dal maresciallo Badoglio, mentre gli altri ufficiali dello stato maggiore furono ospitati presso la colonia Scarciglia su Punta Meliso a Santa Maria di Leuca.
Gli Insediamenti di Terragreci, costituiti da grotte
rupestri di notevole interesse esistenti nella zona denominata Terragreci.
In quest'area sono presenti diverse civiltà, da quella preistorica fino a
quella bizantina. Purtroppo versano in stato di completo abbandono,
pessimo esempio di insensibilità dell'amministrazione comunale verso le
cose interessanti del passato. Sono in parte visitabili. Meriterebbero la
rivitalizzazione e l'inserimento in percorsi delle civiltà rupestri.
L'imponente castello cinquecentesco nella
frazione di Giuliano. E poi la perla dell'estremo lembo d'Italia: Santa
Maria di Leuca. Un promontorio frastagliato e roccioso, intervallato da
splendide grotte naturali ed insenature sabbiose, sul quale svetta il
Santuario di S. Maria di Leuca, meglio noto come "Finibus Terrae", ed il
faro navale, alto 47 metri, posto accanto. Santa Maria di Leuca è
diventato un importantissimo centro turistico; sono stati costruiti
alberghi, ristoranti, villaggi turistici, senza fare violenza al
territorio e allo splendido paesaggio naturale, a tutto vantaggio del
turista che dovesse decidere di trascorrere qui le sue vacanze.
Protettore di Castrignano è S. Michele,
festeggiato il 29 di settembre (Nel 1777 era sindaco di Castrignano del
Capo Antonio Colabello che fece richiesta alla Sacra Congregazione dei
Riti di approvazione del Patrono S. Michele); il patrocinio iniziò nel
1778 e sostituì la devozione per San Nicola, originario protettore, il cui
culto era stato introdotto qui dai basiliani.
Non si conoscono i motivi del cambio, ma è opinione diffusa che in seguito
agli ultimi, ma sempre pericolosi attacchi dei turchi, si sia voluto
scegliere un patrono guerriero che avesse la forza sufficiente per
difendere il paese. L'arcangelo Michele, infatti, era il capo degli angeli
fedeli al Signore e fu il protagonista della cacciata di Lucifero dal
Paradiso.
A Castrignano siamo particolarmente
riconoscenti a San Michele per un miracolo: erano i primi anni del secolo
e durante un violento temporale un fulmine colpì la statua del patrono in
cima alla colonna situata nella piazza del paese. La violenza della
folgore fu così forte che la testa della statua si spezzò in due e cadde a
terra. I pezzi furono poi recuperati e rimessi insieme dagli abitanti,
grati al santo per aver attirato su di se il fulmine evitando così che si
abbattesse su Castrignano del Capo.
Di importanza pari a quella del protettore
sono in paese i santi Medici, festeggiati il 27 e il 28 settembre. Cosimo
e Damiano, i guaritori per eccellenza nella storia del Cristianesimo,
hanno qui un ascendente grandissimo. E di essi, tuttavia, i castrignanesi
non si curarono in una processione di tanti anni fa.
Era dunque il 27 settembre e i fedeli
portavano a spalla le statue dei santi per le vie del paese. Settembre, si
sa, è il mese dei primi temporali, e quel giorno la processione fu
disturbata da una pioggia battente, che era fastidiosa vista l'occasione,
ma ben accetta perché non pioveva da circa un anno. Il primo pensiero, non
appena cominciò a piovere, fu quello di sistemare i recipienti nei quali
raccogliere la maggiore quantità possibile di acqua in vista di altri
periodi di siccità, e poi c'era da aprire gli scolatoi che avrebbero
portato la pioggia dalle terrazze alle cisterne. Questi pensieri profani
distolsero i fedeli da quelli religiosi e così pian piano, uomini, donne e
pure bambini abbandonarono la processione e scantonarono per le vie del
paese verso le case lasciando le statue dei santi in mezzo alla strada.
Ma risolti i problemi dell'approvvigionamento
idrico, si presentarono quelli dell'approvvigionamento alimentare. Con le
prime piogge le lumache lasciano le zolle nelle quali sì nascondono ed
escono allo scoperto, e fu così che i fedeli, dopo aver pensato a riempire
recipienti e cisterne, se ne andarono per i campi a raccogliere "cozze",
le lumache, appunto. In paese il povero parroco, bagnato come un pulcino,
era l'unico rimasto a guardia delle statue bagnate anch'esse dei santi
Medici, abbandonate pure dai portatori. Visto che tutti indistintamente si
erano dati alla ricerca di lumache nessuno pensò che di quanto aveva fatto
c'era forse da vergognarsi; d'altro canto, mancando una condanna
collettiva, non ci fu fedele che si considerò in colpa per l'abbandono
delle statue dei patroni. La cosa, tuttavia, era giunta alle orecchie
degli abitanti dei paesi vicini che da allora appiopparono ai
castrignanesi l'epiteto di "cuzziddhi" (lumachine).
Con il tempo, forse, e con un po' di buona
volontà la nomea sarebbe stata dimenticata e a Castrignano si sarebbe
cancellata la vergogna delle lumache, ma queste colpirono una seconda
volta, e per la seconda volta i castrignanesi peccarono. Accadde in
occasione di un'altra processione.
Nel Seicento fu edificata la chiesa di san
Giuseppe proprio sul confine tra i casali di Castrignano e di Salignano,
oggi frazione del primo. La cosa fece sorgere una disputa su quale dei due
casali fosse titolare di quella costruzione: entrambi ne rivendicavano il
possesso, ma nessuno era disposto a cedere. Così, per tagliare la testa al
toro, si decise di organizzare nei due paesi due distinte processioni che
partendo dalle rispettive chiese parrocchiali avrebbero dovuto raggiungere
la chiesa di San Giuseppe: avrebbe vinto, naturalmente, quella che fosse
arrivata per prima. Giunto il giorno della disfida, le processioni
partirono, ma nel bel mezzo del percorso cominciò a piovere. Conclusione
inevitabile: i castrignanesi non seppero resistere al richiamo delle
lumache e i salignanesi furono gli unici a raggiungere la chiesa di san
Giuseppe che da quel giorno fu loro.
La Madonna di Leuca, protettrice dell'omonimo
centro turistico, viene festeggiata il 15 agosto.
Argomenti correlati:
Borgo
Terra
|