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Marina di Felloniche (Lit. Leuca - Torrevado)
Castrignano del Capo (LE)
La Baia di Felloniche si trova a circa 3 Km da Santa Maria di Leuca sul versante jonico nella direzione di Gallipoli e si presenta agli occhi del viaggiatore come una ridente e vivace località turistica attrezzata, dove è possibile scegliere di trascorrere le vacanze estive sia sulla sabbia che sulla scogliera.
Il suo sviluppo data dal 1960 quando venne tracciata l'attuale strada litoranea (Sp 214). La vecchia mulattiera che segue il confine tra i comuni di Castrignano del Capo e di Patù e che porta alla pajara di Papa Fedele ed al pozzo di Volito, fu sistemata ed asfaltata nel 1971.
Il 19.3.1981 fu portata l'energia elettrica alle poche abitazioni private che insistevano lungo la stessa via, denominata "Terrastrada".
L'illuminazione pubblica di tale arteria fu realizzata il 2 luglio 1999.
Di recente (2003) sono stati effettuati lavori finalizzati alla eliminazione di due pericolosi tornanti ed all’allargamento di un tratto di circa 200 metri della carreggiata stradale che, dal pozzo di Volito sito nell’alveo torrentizio del canale, risale il costone destro del canalone in direzione sud, verso Felloniche. Non sono mancate proteste da parte di Legambiente perché trattasi di area sottoposta a vincolo di tutela ai sensi della Legge n. 1497/1939.
Il canale di Volito è costituito da una stretta incisione scavata in quest’ultima propaggine della serra ed il suo toponimo deriverebbe da vòlo, vòlu, terra cretacea rosso-ocra che accoglie una lussureggiante vegetazione lungo le proprie pareti. La ricchezza del velo di falda rende umido il solco vallivo che contiene il pozzo dal quale si attinge un'acqua senza dubbio ottima, dalle spiccate proprietà terapeutiche.
Tuttavia oggi è sconsigliato dissetarsi con la sua acqua a causa della scarsa attenzione da parte delle autorità che lo hanno lasciato in stato di semiabbandono e che non ne hanno tutelato la salubrità con opportuni provvedimenti.
La pajara di papa Fedele (39° 48' 56.54" N - 18° 19' 17.21" E), cosiddetta dal nome dell’antico proprietario, se guardata esternamente, pur sembrando, come dice il Moschettini, formata da più trulli posti uno su l'altro, in realtà, vista dall'interno, denota che il costruttore aveva progettato dimensioni tali (diametro e altezza) prima di iniziare la costruzione.
Fu fatta edificare nel 1861 dal sacerdote di Castrignano del Capo don Fedele De Paola, detto Fiuscu, nato il 14 maggio 1830 da Angelo De Paola e da Domenica Antonia Calzolaro di Santo e morto il 5 marzo 1893, nella casa sita in via Santa Maria, al n. 6. Convinto antiborbonico, favorevole all'unificazione savoiarda, volle la pajara, a memoria dell’ avvenimento.
Si trova in posizione così elevata, che dal mare i pescatori la scorgono da molto lontano, ed è per loro ancora oggi un punto di riferimento sulla terra ferma.

Se si va oltre il pozzo (39° 49' 04.56" N - 18° 19' 18.11" E) percorrendo questa nostra strada lungo il canale in direzione Patù e Castrignano si ha la possibilità di godere di un senso di pace e di compartecipazione al vivo mondo dei rovi, delle pietre e dei nascosti esseri viventi; ancora un paio di chilometri e si arriva a Vereto, l'antica città messapica posta sull'omonima altura e ricadente nei territori comunali di Patù, Morciano di Leuca e marginalmente anche in quello di Castrignano del Capo.
Conquistata dai romani nel III secolo a.C. divenne municipio col nome di Veretum. Il centro dell'antica città, di cui sono tuttora visibili alcune testimonianze, coincide con il sito della chiesa rurale Madonna de Varitu. Si tratta di sepolture di età messapica e romana, lacerti della cinta muraria messapica, resti di edifici romani. Sulla base di recenti studi l'area archeologica sembrerebbe avere un'estensione minima di circa 80 ettari con un circuito difensivo stimato tra i 3 e 4 chilometri. Qui si teneva, il 13 marzo di ogni anno, una importante fiera - mercato.
All'antica Vereto, una delle tredici città che formavano la Confederazione dei Messapi, faceva riferimento, l'area costiera di San Gregorio (Patù), ora area archeologica, ove sono ancora visibili resti di strutture portuali messapiche e romane nonché parte del molo romano sommerso e due grotte artificiali; Felloniche (comune di Patù e di Castrignano del Capo) anch'esso luogo di approdo in età antica, l'area archeologica di Leuca (com. di Castrignano del Capo) con il santuario rupestre messapico e romano detto «grotta Porcinara», la grotta del Diavolo, il villaggio dell'età del bronzo a punta Meliso, il sito del tempio romano di Minerva sottostante l'attuale santuario mariano; la necropoli bizantina di Campo Re (comune di Patù) intorno alla Centopietre, interessante edificio funerario del IX secolo d.C.
La collina di Vereto rappresenta un'area di estremo interesse e valore non solo dal punto di vista archeologico ma anche sotto il profilo ambientale e paesaggistico.
In proposito mi piace ricordare un antico proverbio che diceva: l'oro di Ananduso, o Vetuso, dentro Vereto sta chiuso.
Con questo toponimo che significa Monte Arduo si fa riferimento all’attuale Montesardo, graziosa frazione di Alessano, distante da qui solo qualche chilometro. I suoi abitanti sono detti montesardesi e soprannominati manciafucazze.
Il proverbio fa riferimento a quanto riportato dal Tasselli nelle sue Antichità di Leuca: "ho inteso da persone molto erudite che Monte Sardo era città antichissima e si chiamava da tutti, con nome scorretto, Ananduso, o, in lingua messapica, Vetuso, e che quando arrivarono i Mori nella Salentina, i Primari di Montesardo mandorono tutto l'oro che avevano in Vereto, città in quei tempi fortissima, acciò ivi meglio si custodisse: perloché i Veretini, così l'oro proprio, come di Montesardo, scavando una fossa lo sotterrarono, Ma spianata dai Mori Vereto e rovinata tutta la Puglia da questi barbari, havevano sempre in proverbio le genti, e dire: l'oro di Ananduso, o Vetuso, dentro Vereto sta chiuso".
Da segnalare che nei pressi di Felloniche, ad appena qualche centinaio di metri, vi è un sito “Natura 2000” le cui indicazioni di gestione sono state prodotte nell’ambito del progetto LIFE99NAT/IT/006279 denominato “Verifica della rete Natura 2000 in Italia e modelli di gestione”, di cui il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio (Direzione per la Protezione della Natura) è stato beneficiario.
Trattasi di un posidonieto in territorio di Castrignano del Capo il cui habitat naturale è di interesse comunitario, denominato Capo San Gregorio - Punta Ristola e posizionato esattamente a 39° 47’ 53” N - 18° 19’ 32” E, in pratica a soli 1,400 Km ad ovest di Torre Marchiello ad una profondità che varia da -10 a -20 mt ed ha una superficie di 271 ha ed una lunghezza di 3 Km.
Viene così descritto:
Prateria di Posidonia in buone condizioni vegetazionali. Le principali biocenosi presenti in questo tratto di mare risultano essere - Biocenosi dei substrati duri ad Alghe Fotofile; - Coralligeno. I substrati rocciosi, anche a causa dell'ottima trasparenza delle acque, mostrano sempre un ricoprimento algale alquanto elevato con presenza di numerose Alghe verdi e brune (Halimeda tuna, Padina pavonica, Acetabularia acetabulum). Il coralligeno si presenta con aspetti estremamente caratteristici, con picchi progressivamente più alti man mano che aumenta la profondità. Esso risulta costituito da numerosissime specie vegetali ed animali tra cui i Poriferi Petrosia ficiformis e Axinella sp.; l'Antozoo Cladocora coespitosa; il Tunicato Halocynthia papillosa.
La prateria non mostra evidenti segni di degrado dovuti a cause antropiche; si presenta rigogliosa, con buona densità ed indice di ricoprimento compreso tra il 70-90%. Essa sembra godere di un buono stato di salute con foglie alte anche 1 m.
La scarsa diffusione riscontrata nel tratto a N di S. Maria di Leuca può esser dovuta alle particolari condizioni di idrodinamismo tipiche di questa zona nonché alla scarsità di substrato idoneo all'impianto della fanerogama.

Una particolarità su cui vorrei richiamare l’attenzione del visitatore di Felloniche è il bianco smagliante delle case dovuto alla calce, uno dei materiali da restauro e ricostruzione più antichi e preziosi. I Fenici furono probabilmente i primi a scoprire che l'impasto di calce aerea e sabbia vulcanica costituiva una malta capace di indurire sia all'aria sia sott'acqua e probabilmente furono loro a promuoverne l’uso in tutto il bacino del Mediterraneo. I Romani, i più valenti costruttori del mondo antico, costruirono strade, ponti, acquedotti, monumenti e ville in ogni parte del loro vasto impero utilizzando la calce. Il Pantheon a Roma è stato realizzato con questo materiale e Vitruvio ne esalta l’uso nel “De Architectura”. A distanza di duemila anni la grande resistenza dei calcestruzzi romani opera ancora tenacemente, e queste costruzioni evidenziano uno stato di conservazione che tante altre opere, anche molto più recenti, difficilmente potranno eguagliare. L’uso della calce come legante è andato avanti fino alla seconda metà del 1800 quando è iniziata la produzione del cemento. Tutto il patrimonio architettonico costruito prima del 1800 è stato realizzato con calce e gesso. Un esperto afferma che: “Questa antichissima materia, vecchia almeno di 5000 anni, non trova però che angusti spazi sui palchi e le incastellature dei nostri cantieri. I cementi sembrano godere di maggior fiducia e sembrano aver cancellato millenni di cultura e di storia”. Perché abbiamo la cultura del cemento?
Eppure sono stati proprio gli antichi Romani a nobilitare la calce realizzando acquedotti, ponti, anfiteatri.
Proprio per questo la splendida atmosfera dei nostri paesi è valorizzata dalla caratteristica, abbagliante imbiancatura a calce.
La calce è onnipresente nella luminosità calda del colore bianco, per la sua salubrità e i suoi effetti benefici radicati nella storia.
La tradizione di imbiancare i muri con la calce ad ogni primavera, come prevenzione igienica contro le epidemie, è comune a tutte le culture del mediterraneo. Bianchi intonaci di calce, che nei dolorosi momenti della storia, durante le epidemie di colera e di lebbra, servirono a purificare gli ambienti, dare loro una nuova vita dopo tanto dolore.
Felloniche offre al turista numerose strutture turistiche, bar, ristoranti, pizzerie, negozi, spiaggia libera, strutture sportive, possibilità di noleggiare pedalò.
Per trascorrere le vacanze in completa libertà, l'appartamento è sicuramente la soluzione ideale.
A Felloniche sono molte le soluzioni abitative tra cui scegliere: monolocali, bilocali, trilocali singoli o raggruppati in un piccolo complesso residenziale a circa 50 metri dal mare cui si accede da un viale privato. Le villette a schiera e gli appartamenti sono dotati di giardino, posto auto, ampi spazi, verande, terrazzi e balconi e una meravigliosa vista sulla Punta Ristola di S.M. di Leuca e su S. Gregorio di Patù.
Può essere molto gradevole, tuttavia, trascorrere a Felloniche le vacanze pasquali o addirittura quelle natalizie, per un Natale o un Capodanno diverso dal solito.
Nell'incantevole baia di Felloniche, si trova il ristorante "Al Sallum" (0833/765209) che si affaccia direttamente su uno dei punti del basso Jonio, dove il mare è più "blu". Il segreto del Ristorante "Al Sallum", è racchiuso in poche regole essenziali: professionalità in sala ed alta qualità in cucina. Offre, infatti, un'ampia sala attrezzata per ricevimenti e cerimonie in genere, capace di ospitare fino a 250 persone e una cucina che associa alla semplicità, tradizioni popolari di ottima qualità. "Al Sallum" si possono gustare deliziosi piatti tipici della nostra Regione: la famosa pasta fresca leccese, le "Orecchiette alla Rustica", i "Cavatelli ai frutti di mare", il pesce freschissimo cucinato con cura ed attenzione, in particolare il "Polpo Al Sallum". Si può decidere di assaporare queste specialità, naturalmente accompagnate da uno dei vini della nostra terra, anche nella sala esterna, con vista direttamente su uno dei più bei tratti di costa salentina. Per una serata allegra tra amici, "Al Sallum" è anche pizzeria, dove si possono gustare, in compagnia, favolose pizze cotte nel tradizionale forno a legna. La pizzeria è aperta anche a mezzogiorno.
Altri vecchi locali del posto sono la trattoria "da zia Lucia" che conserva da anni la propria affezionata clientela (0833/767814), il rinomato ristorante "Zio Tom" (0833/767870), il ristorante "Clipper" (0833/765204) ed il camping "Villa Paradiso" (0833/765205).
Nella vicinissima caletta di S. Gregorio vi è il ristorante "da Mimino", che offre un servizio accuratissimo, un nuovo hotel denominato "Monte Callini" e la pizzeria "L'Isola del Gabbiano" (0833/767843).
La 1^ Coppa Felloniche 1979
A Felloniche è aria di festa. Un'aria, lenta, quasi di siesta.
La penisola Salentina, che vien giù con una costa sinuosa, culmina nel capo di Santa Maria di Leuca, estrema punta sud orientale della nostra bella terra d'Italia peninsulare.
Guardiamo lontano sullo specchio infinito e quasi riusciamo a vedere una sottile striscia che taglia il verde intenso dell'Adriatico dal blu carico del mare Jonio.
Due mari, due coste, un solo sole, bruciante, che assopisce le volontà, le adagia, le fa cullare da un'onda immaginaria che a tratti si rompe sussurrando contro la roccia bianca, chiazzata del giallo intenso delle ginestre, mentre attorno vaga l'odore forte delle zagare, e nel basso cielo stridono i gabbiani. Il sole stanco va dolcemente scomparendo, evanescente, lasciando agli uomini un ricordo breve rosa violetto nell'immenso scenario.
Mentre si sparge attorno una luce, che durerà sempre nelle ore notturne, si ascoltano i colpi secchi delle bocce rotolanti, che si staccano e volano portandosi dietro qualche grano di sabbia bionda.
Gli uomini, arroventati dal sole, mirano, si curvano, colpiscono. Dai bordi del campo di giuoco si alzano le voci che vanno riprendendo il loro simpatico timbro d'argento.
Le "Felloniche" sembra vogliano respirare, profondamente, la brezza tiepida della notte che i due mari generosi sollevano mentre guizza qualche delfino d'argento, e sulla piccola striscia della costa qualche granchio più ardito lascia scoperto il suo dorso peloso.
Il brusìo si attenua, mentre la luna si è levata dal suo talamo, per far posto al sole stanco in cerca di riposo. (articolo di Anna Colombo su Il Giornale delle "Felloniche" di agosto 1979).
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