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Lecce
La
città di Lecce che ha dato i natali al tenore di grazia, Tito Schipa,
"l'usignolo d'Italia", fu fondata, secondo la leggenda, almeno un secolo
prima della guerra di Troia da Malennio, re dei Salentini, discendente da
Minosse. La collocazione geografica della penisola salentina ha sempre
favorito le immigrazioni dei popoli provenienti dalle vicine coste dei
Balcani e dalle isole dell'Egeo. Vari ritrovamenti, infatti, confermano le
prime immigrazioni egee nei secoli XIX-XVI a.C. Successivamente il Salento
subì nel secolo VIII a.C. la colonizzazione laconica dalla quale originò
la splendida Taranto. Le primitive popolazioni, appartenenti al ceppo
illirico, furono dai laconi chiamate japigie, cioè discendenti da Japige,
figlio di Dedalo, e questo col fine evidente di stabilire un'origine
comune. In particolare furono detti Salentini e Messapici gli abitanti
dell'attuale penisola salentina.

Malennio avrebbe poi fondato Rudiae, pochi chilometri ad ovest di Lecce,
di cui avanzano i ruderi con il tracciato di alcune vie e piazze, nonchè
vasellame conservato nel museo cittadino. Il poeta latino Quinto Ennio
nacque a Rudiae. Dopo la sconfitta di Taranto al tempo della
colonizzazione greca, Lecce passò sotto la dominazione dei romani che la
fortificarono contro possibili attacchi provenienti dalla Macedonia. Fu
l'imperatore Adriano che volle e costruì la via che congiungeva Brindisi a
Lecce e quest'ultima al mare, segno dell'importanza che Lecce aveva
assunto, sotto il profilo commerciale, al tempo. I resti di un anfiteatro,
del periodo romano (II secolo d.C.), capace di ospitare 25.000 spettatori
e quelli di un teatro per rappresentazioni greche, sono ancora ammirabili
nella città di Lecce. Altra testimonianza romana, a undici chilometri da
Lecce sono i resti del porto Adriano a S.Cataldo dove, secondo gli
storici, sarebbe sbarcato Ottaviano, reduce da Apollonia, diretto a Roma
per esservi incoronato imperatore.
Viaggiando lungo la provincia ci si imbatte in cattedrali, santuari,
castelli, chiese rupestri, cripte bizantine, borghi medioevali e cinte
urbane, torri e masserie fortificate. Oggi è possibile osservare la
testimonianza di civiltà passate grazie ai numerosi musei che
rappresentano arti e tradizioni popolari del Salento, espongono vasi
attici, apuli ed italioti, bronzi, terracotte, epigrafi romane e
messapiche, armi e monete. Una Lecce da visitare, città gentile,
d'affabile parlata, patria di un barocchetto che la fa simile ad una città
spagnola, una Lecce da conoscere, ma anche una costa con splendide spiagge
e scogliere con le sue località turistiche quali Gallipoli, Otranto,
S.Maria di Leuca, S.Cesarea Terme, Porto Cesareo, Castro.
E' in viuzze labirinti che vecchi artigiani
lavorano carta e pietra in bottegucce, come antri spalancati sui muri
slavati dalla pioggia. Impercettibile senti il suono degli scalpellini
modellare la roccia in capitelli, colonne e foglie d'acanto, fantasia
visibile della pietra bagnata col latte, pietra leccese che dura secoli e
si sgretola nel tempo. Sensibili vedi le mani dar forma alla cartapesta e
gli avi acquistano occhi e volti per scrutare ancora una volta la terra,
la loro terra che ama un'arte povera che dall'effimero sogna eternità.
Lecce "Firenze del Barocco"
Qui regna lo spettacolo luminoso del barocco:
una fioritura di fantastica inventiva, di sontuosità monumentale,
temperata, in buona parte, dalla grazia, dalla freschezza, dalla pura
gioia creativa.
Nel labirinto dei centri storici, vicoli angusti si spalancano
d'improvviso su gioielli d'arte di incomparabile bellezza. Sulle facciate
di chiese ed edifici, finemente decorate, la pietra leccese dà vita ad
innumerevoli creature e ad infinite suggestioni: bassorilievi, balaustre,
archi, navate, piccole logge, nicchie, rosoni, si avvicendano in un
movimento di spazi e di luci, irradiando una singolare armonia, catturando
lo sguardo.
Santa Croce appare, come una visione
irreale, alla svolta di un crocicchio, affacciata su una strettissima via.
Sembra caduta nel labirinto urbano per caso.
Una facciata da sogno, una balaustra sorretta da animali fantastici e da
una fila di uomini, l'intarsiato rosone e poi l'interno del tempio:
luminoso, solenne, architettonicamente scenografico. Uno spettacolo
ammaliante per qualsiasi visitatore.
L'estremo dell'illusione si tocca, comunque,
nella fantastica scena teatrale di Piazza Duomo, appartata, chiusa come in
uno scrigno prezioso, armoniosamente circondata di monumenti:
il Duomo Medievale, il magnifico Campanile, il sontuoso Palazzo vescovile,
lo splendido Seminario con le sue bugne, le paraste, le logge, le colonne
e, all'interno, il pozzale, posto al culmine di quattro gradini circolari
e sormontato da uno snello arco sommerso di statue e di rilievi floreali.
Oltre ai fasti decorativi delle facciate del
Duomo e di Santa Croce, gli occhi estasiati dei turisti possono ammirare
le sontuosità dei cespi fioriti della Chiesa del Rosario, le belle colonne
corinzie della facciata della Chiesa di Santa Teresa, le statue e le
nicchie della Chiesa del Carmine; ed ancora, le curve particolari della
Chiesa di San Matteo, il ricco portale e la finestra a loggia della Chiesa
di Santa Chiara, gli angeli festanti della Chiesa di Sant'Angelo. Analogo
innamoramento potranno provare i visitatori per l'architettura profana dei
palazzi nobiliari e per l'equilibrio estetico dei monumenti civili,
visitando le ampie arcate e i decorati pennacchi del Palazzo del Seggio,
le splendide finestre e i portali di Palazzo Adorni, la fastosa facciata,
ravvivata dalle sontuose cornici delle finestre, di Palazzo dei Celestini.
Al cielo il peso del mondo/e gli angeli i
santi i demoni/bestemmiatori a sostenerlo./I ricami d'azzurro/solleticano
l'aria che fischia/tra i raggi del rosone./Non toccate la pietra/che si
sgretola, pietra/malata d'incomprensioni /ora gialla come l'ittero./E
dentro gli altari bianchi/ricchi d'oro e di luci /che scintillano dalle
croci /al socchiudere le palpebre,/raggi che investono e abbagliano /di
mistiche suggestioni./Sì, il silenzio è armonia /dei contrari qui /dove i
cori degli angeli /si scontrano con turbe di demoni; /è la notte
dell'anima /sola con se stessa;/lo scontro senza fine /del bene e del
male; /l'aria e la terra /che si aggrovigliano /nei giorni di tempesta;
/un continuo tormento /della pietra che imprigiona/contemplazioni
angeliche /e infernali passioni.
Anfiteatro romano
Nella centralissima Piazza Sant'Oronzo si può
visitare quest'opera risalente alla prima metà del II secolo d.C. Nella
sua arena si svolgevano combattimenti, tra uomini armati di lancia o spada
ed animali, ai quali assistevano quasi 5.000 persone.
Castello
Conosciuto anche con il nome di Carlo V, venne
costruito tra il 1539 e il 1549, per difendere la città dalle incursioni
turche. Sorge sull'angolo nord-est del trapezio che definisce la cinta
muraria della città e contiene alcuni edifici di epoca medievale tra i
quali il poderoso maschio quadrangolare del periodo Angioino.
Museo provinciale
Prende il nome del suo fondatore, il duca Sigismondo Castromediano, che lo
volle nei primi anni dell'Unità d'Italia. Il turista curioso ed
interessato potrà trovarci un ricco materiale proveniente dagli scavi
nella provincia di Lecce e da testimonianze di un più recente passato.
Il
fascino della "Firenze del Barocco" non sta, però, solo nella bellezza dei
monumenti, nell'affabilità della gente e nell'atmosfera ovattata di chiese
e piazze; molte, infatti, sono le località balneari interessanti che si
affacciano sul tratto di costa che va da Torre Rinalda a San Cataldo.
Tuffatevi, dunque, nella dolce pianura spruzzata di vigneti, ulivi, prati
variopinti e pini mediterranei e subito dopo nelle trasparenti acque
dell'Adriatico: i suoni e le immagini della città si sovrapporranno con la
tranquillità delle ore trascorse sulle calde spiagge del litorale,
provando l'emozione di nuotare tra i pesci o semplicemente rilassandosi al
sole in uno dei tanti bar all'aperto che si susseguono lungo la spiaggia.
E la sera, dopo aver gustato le specialità della gastronomia salentina, il
divertimento continua nei pub, nei music bar e nelle discoteche affollate
da turisti festosi e cordiali.
Bacino dell'Idume
Itinerario: Bacino dell'Idume - Bosco
Rauccio - Masseria Rauccio
Comune: Lecce
Mezzi consigliati: a piedi, in bicicletta, a cavallo
Lunghezza: 8 km
Tempo di percorrenza: 3 ore a piedi
Difficoltà: facile
Come arrivare: da Lecce verso Torre Chianca; oppure dalla litoranea
Brindisi-Otranto, con deviazione per Torre Chianca
Parcheggio: presso gli stabilimenti balneari a ridosso del Bacino
Il visitatore di quest'area non può non notare
le ferite che l'abusivismo edilizio e la cementificazione non programmata
continuano ad infliggere ad una delle zone un tempo più ricche di vita del
Salento Meridionale. A stento si riesce ad immaginare che i bacini, che
oggi appaiono come un ambiente fortemente degradato, fossero un tempo
separati dal mare non da stabilimenti balneari ma da un cordone di dune
che raggiungevano altezze di 10 metri.
Eppure l'area conserva ancora un fascino
particolare. Qui le acque della falda profonda e quelle della falda
superficiale, separate da rocce calcarenitiche marnose impermeabili,
risalgono attraverso gli "ajsi" (cavità naturali prodotte per dissoluzione
chimica e crollo della roccia carbonatica) formando le polle che
alimentano le paludi o, meglio, i canali creati con le bonifiche.
Difficile stabilire con certezza se è proprio l'Idume il breve corso
d'acqua che Plinio nella sua "Tabula Peutingeriana" fa scorrere vicino a
Lupiae (l'antica Lecce), nè alcun documento, normanno o posteriore, indica
il toponimo. Dal 1700, con Lorenzo Giustiniani, l'Idume sarà "un corso
d'acqua vivo e perenne il quale scorre tra Lecce e Brindisi", mentre le
carte dell'Istituto Topografico Militare del 1874 collocano l'Idume presso
la "Specchia di Milogna", località poco discosta dai bracci del
fiumicello.
Per C. De Giorgi si tratta di una polla d'acqua copiosa che, a somiglianza
del Chidro, sorge in vicinanza del mare e dopo breve percorso si riversa
in esso.

Più ricca è la letteratura del '900: già nel
'25 R. Marti denunciava il degrado dell'ecosistema, descrivendo la
limpidezza delle acque e sottolineando la presenza di beccaccini,
gallinelle, pavoncelle, martin pescatori, spinarelli, ghiozzi e bavose.
Nel 1830 l'Idume sfociava in mare con due bocche: la Sagnia, ancor oggi
esistente presso Torre Chianca (il Bacino) e la Bocca del Fiume, presso
Torre Rinalda, oggi scomparsa. La maggior parte delle fonti erano poste
alla Specchia di Milogna (milogna = tasso) ed alimentavano il Capo del
Cavallo che, col Canale Morto, ripiegava verso Sagnia. I due ajsi più
grandi (ajso grande e ajso piccolo) si trovavano sul letto di quest'ultimo
fiumicello. La vegetazione era composta di specie idrofile quali alghe a
foglia fluttuante e quelle a radice sommersa e foglia galleggiante od
eretta, che insieme a tife e falasco costituivano il corredo botanico
autoctono; se poi si fosse seguito un programma razionale di tutela
ambientale, si potrebbero osservare ancora oggi con maggior frequenza il
giaggiolo acquatico e l' orchidea acquatica, oltre che la rarissima
Ipomoea sagittata e l'altrettanto raro lino d'acqua, che trova qui l'unica
stazione certa nel Meridione d'Italia. In questa zona giungevano armenti
transumanti dall'Appennino mentre, navigabile fin quasi alle fonti, il
fiume garantiva una ricca riserva di pesce agli uomini, che catturavano
cefali e anguille, e offriva rifugio alle specie ornitiche di passo che
ancora oggi qui sostano: garzette, anatre, beccaccini.
Questo delicato equilibrio col primo
dopoguerra e le opere di bonifica, compiute tra gli anni '20 e '30,
cominciò a deteriorarsi; le acque palustri furono irregimentate in canali:
il Canale Celsi (o Grande) imbrigliò i pantani "Corrente dei Celsi" e le
"Paludi della Loggia", il Canale Fetida raccolse le acque dell'omonimo
laghetto ed il Canale Rauccio convogliò le acque delle depressioni che
portavano lo stesso nome. A prezzo di tali alterazioni ambientali l'uomo
riuscì a vincere la malaria, e il cemento ebbe infine ragione del cordone
dunare. Procedendo dal Bacino verso l'interno, il nostro itinerario
attraversa il piccolo Bosco Rauccio, di molto ridimensionato rispetto alla
sua estensione originaria, che una volta doveva compenetrarsi con la zona
acquitrinosa. Delle paludi di una volta non rimangono che tracce relitte,
quali alcune depressioni umide segregate nella vegetazione arborea; un
habitat singolare che ha permesso la sopravvivenza fino ai giorni nostri
della Periploca graeca, una rarissima liana caducifoglia probabile relitto
floristico di passate epoche con clima fresco ed umido.
Coi suoi 17 ettari scampati alla distruzione
solo grazie alla natura rocciosa del suolo, che non ne consente l'utilizzo
agricolo, il Bosco Rauccio è ciò che resta di quella che nel Medio Evo era
la "Foresta di Lecce", cioè un'ampia area di vegetazione boschiva che
dalla città giungeva fino al mare e si allargava da Otranto al confine con
la provincia di Brindisi. Al suo interno eleganti radure si aprono in
corrispondenza di affioramenti calcarei, che rendono difficile
l'attecchimento dei lecci e che presentano essenzialmente cenosi geofite e
terofite. Nel Bosco di Rauccio troviamo la fauna tipica delle quercete; è
certa la presenza di volpe e tasso, probabile quella della faina e della
donnola; la lepre, praticamente scomparsa allo stato selvatico, si osserva
in occasione dei ripopolamenti effettuati a scopo venatorio. Fu in questo
ambiente che fu ucciso nel secolo scorso l'ultimo lupo presente nel
Salento. Gli uccelli che più comunemente frequentano il bosco sono il
colombaccio , la beccaccia, la ghiandaia, i merli e vari fringillidi.
In primavera, nelle radure o al limitare del
bosco si osservano le upupe, le tortore ed altre specie di passo; negli
uliveti limitrofi arrivano numerosi, nel periodo invernale, i tordi
bottacci e sasselli, decimati puntualmente dai cacciatori dell' azienda
faunistico-venatoria in cui il bosco ricade. All'interno del bosco una
costruzione in pietra porta incisa la data di edificazione, 1898, e quella
della ristrutturazione, 1933. Questa, come le altre edicole ai bordi del
bosco (segnaliamo in particolare quella del 1947 che si incontra lungo il
tragitto) ricordano la fatica e i disagi di chi per secoli ha vissuto in
questi luoghi, ma ne testimoniano anche l'inventiva; basti osservare
l'interessante soluzione adottata dai costruttori della pajara datata 1947
per accedere alla "lamia", cioè alla copertura superiore: una serie di
mensole in pietra sporgenti dal corpo del manufatto.
Il Bosco insisteva sui fondi della Masseria
Rauccio, ultima tappa del nostro itinerario, la cui struttura originaria
risale al secolo XVI. Si tratta di una costruzione fortificata composta da
due piani con entrate indipendenti. Al piano superiore si accede con una
bella scala che doveva in origine essere interrotta da un ponte levatoio.
Dal cordolo superiore si aprono caditoi e piombatoi. A pochi metri dalla
torre, troviamo ciò che rimane dell'antica cappella della Masseria,
mentre, poco all'interno, la torre palombara conserva ancora la fisionomia
originaria.
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