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lu sule, lu mare, lu vientu

Lecce

Bacino dell’Idume

Il visitatore di quest'area non può non notare le ferite che l'abusivismo edilizio e la cementificazione non programmata continuano ad infliggere ad una delle zone un tempo più ricche di vita del Salento Meridionale. A stento si riesce ad immaginare che i bacini, che oggi appaiono come un ambiente fortemente degradato, fossero un tempo separati dal mare non da stabilimenti balneari ma da un cordone di dune che raggiungevano altezze di 10 metri.


Eppure l'area conserva ancora un fascino particolare. Qui le acque della falda profonda e quelle della falda superficiale, separate da rocce calcarenitiche marnose impermeabili, risalgono attraverso gli "ajsi" (cavità naturali prodotte per dissoluzione chimica e crollo della roccia carbonatica) formando le polle che alimentano le paludi o, meglio, i canali creati con le bonifiche. Difficile stabilire con certezza se è proprio l'Idume il breve corso d'acqua che Plinio nella sua "Tabula Peutingeriana" fa scorrere vicino a Lupiae (l'antica Lecce), nè alcun documento, normanno o posteriore, indica il toponimo. Dal 1700, con Lorenzo Giustiniani, l'Idume sarà "un corso d'acqua vivo e perenne il quale scorre tra Lecce e Brindisi", mentre le carte dell'Istituto Topografico Militare del 1874 collocano l'Idume presso la "Specchia di Milogna", località poco discosta dai bracci del fiumicello.


Per C. De Giorgi si tratta di una polla d'acqua copiosa che, a somiglianza del Chidro, sorge in vicinanza del mare e dopo breve percorso si riversa in esso.