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lu sule, lu mare, lu vientu

Lecce

Più ricca è la letteratura del '900: già nel '25 R. Marti denunciava il degrado dell'ecosistema, descrivendo la limpidezza delle acque e sottolineando la presenza di beccaccini, gallinelle, pavoncelle, martin pescatori, spinarelli, ghiozzi e bavose.

Nel 1830 l'Idume sfociava in mare con due bocche: la Sagnia, ancor oggi esistente presso Torre Chianca (il Bacino) e la Bocca del Fiume, presso Torre Rinalda, oggi scomparsa. La maggior parte delle fonti erano poste alla Specchia di Milogna (milogna = tasso) ed alimentavano il Capo del Cavallo che, col Canale Morto, ripiegava verso Sagnia. I due ajsi più grandi (ajso grande e ajso piccolo) si trovavano sul letto di quest'ultimo fiumicello. La vegetazione era composta di specie idrofile quali alghe a foglia fluttuante e quelle a radice sommersa e foglia galleggiante od eretta, che insieme a tife e falasco costituivano il corredo botanico autoctono; se poi si fosse seguito un programma razionale di tutela ambientale, si potrebbero osservare ancora oggi con maggior frequenza il giaggiolo acquatico e l' orchidea acquatica, oltre che la rarissima Ipomoea sagittata e l'altrettanto raro lino d'acqua, che trova qui l'unica stazione certa nel Meridione d'Italia.


In questa zona giungevano armenti transumanti dall'Appennino mentre, navigabile fin quasi alle fonti, il fiume garantiva una ricca riserva di pesce agli uomini, che catturavano cefali e anguille, e offriva rifugio alle specie ornitiche di passo che ancora oggi qui sostano: garzette, anatre, beccaccini.