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Leuca: l'anticamera del Paradiso
Tra muretti a secco e scogliere da sogno

Il suo nome deriva dal greco: leucòs, ossia bianco. L'etimologia richiama il caratteristico biancore del suo ridente panorama. Esposta a mezzogiorno, è racchiusa tra le ultime propaggini delle serre salentine, terminanti nelle punte Rìstola e Méliso, il tacco d'Italia, dove si incontrano le correnti dello Ionio e dell'Adriatico, a formare quella che nell'antichità veniva chiamata Voragine de' Naviganti.
In proposito è il caso di precisare che per Tacco d’Italia si intende la Punta di Leuca che si trova più a sud, cioè Punta Ristola (ad ovest) anziché Punta Mèliso (ad est), la qual cosa è abbastanza risaputa dai locali ma non dai forestieri.
Come ha argomentato Tullio Aebischer su Globalgeografia la situazione è chiaramente evidente osservando le spettacolari immagini di Google Earth oppure il foglio 223 – II – NE Castrignano del Capo della Carta d'Italia (1:25000) dell'Istituto Geografico Militare.
Le coordinate nel datum WGS84 (quello del sistema GPS) delle due punte sono:

Punta Méliso: 39°47'35.62'' N - 18°22'01.41'' E

Punta Ristola: 39°47'22.50'' N - 18°20'45.34'' E
In termini metrici si ha che Punta Mèliso si trova 404.35 m più a nord di Punta Ristola (differenza di 1'16.07” in latitudine). E quasi che fosse un caso, la distanza tra le due punte, pari a 1852.53 m, sopravanza di soli 0.5 m la definizione di miglio nautico internazionale (i dati metrici sono stati determinati con Google Earth).
Capo di Santa Maria di Leuca ha anche altre particolarità. Infatti in meteorologia il limite convenzionale tra l’Adriatico e lo Jonio è rappresentato dal 40° parallelo nord, mentre il limite idrografico, utilizzato per gli studi marini e dal Bollettino degli avvisi ai naviganti unanimemente riconosciuto, è quello naturale di Capo Santa Maria di Leuca che segue il parallelo 39°47’N ed arriva sulle coste dell'isola di Corfù (Kerkyra) in Grecia.
Questa precisazione, unitamente alle indicazioni di seguito riportate, frutto di accurate ricerche, spero possa finalmente mettere l’animo in pace di chi sostiene, senza valide argomentazioni, che la divisione dei due mari avviene al capo d’Otranto:
A pag. 1315 del Bollettino della Società geologica Italiana – anno 1907 – la costa adriatica viene compresa tra il capo Santa Maria di Leuca ed il confine austriaco: pubbl. provvisoria. Genova, 1904, Ist. Idr. della R. Marina, in-4°, pp. 203. ...
A pag. 514 dello stesso Bollettino – anno 1956 - la costa adriatica viene compresa tra il capo Santa Maria di Leuca e Punta Grossa, promontorio della costa slovena che si protende in direzione nord-ovest nel Golfo di Trieste;
A pag. 10 dell’Annuario Statistico Italiano (Italy Direzione generale della statistica – 1907) Adriatico: da Santa Maria di Leuca al confine austríaco;
Inoltre negli Atti della Società Toscana di Scienze Naturali Residente in Pisa. Serie A. Memorie della Società toscana di scienze naturali, pubblicati nel 1948 da Industrie Grafiche V. Lischi e Figli, a pag. 314 il mare Ionio ed il Canale di Sicilia vengono compresi tra Marsala e Santa Maria di Leuca mentre a pag. 317, il settore del Basso Adriatico viene compreso tra Santa Maria di Leuca e la direttrice Manfredonia – Bocche di Cattaro;
A pag. 163 della Rivista Geografica Italiana (Società di studi geografici di Firenze - 1894) è detto: Nel mare Ionio l'intero Golfo di Taranto da Capo S. Maria di Leuca a Punta Alice fa parte delle acque interne e così il Golfo di Squillace e il tratto ...
A pag. 105 dell’Istoria civile del regno di Napoli di Pietro Giannone, (Tomo Quarto, Lib. XVII Cap. V.- VIII Terra d’Otranto) pubblicata nel 1821, la Provincia di Terra d’Otranto viene così descritta:
Terra d’Otranto quivi riceve il suo principio (ndr. Villanova, già porto d’Ostuni), e fu inclusa ancor’ella dagli antichi fra la Puglia, e chiamata ancora Calabria, Japigia, e Salentina. Questa Provincia forma quell’estremo capo di terra, ch’è uno de’ triangoli d’Italia, ove ha per fine l’uno di que’ due principali capi, ne’ quali si parte l’Appennino. Finisce ancora ivi il mare Adriatico, e si mesce col Jonio; ed è toccata solamente fra terra da ponente con Terra di Bari, e con Basilicata. La circondano poi da settentrione l’Adriatico, da levante il fine di questo mare, e ‘l principio del Jonio, e da mezzogiorno il golfo di Taranto nel mare Jonio. Ha nelle spiagge marittime Brindisi, Otranto, e Gallipoli, e Taranto già fortissime città, e comodissime di porto.
A pag. 388 degli Annali Del Museo Civico Di Storia Naturale "Giacomo Doria" (Museo civico di storia naturale Giacomo Doria (Genoa, Italy) – 1967 – in un articolo in francese è detto …. de là, il continue jusqu'au cap le plus méridional de S. Maria di Leuca (Stat. 266 à 281), remonte dans l'Adriatique jusqu'au sud d'Otrante ... (da là, continua fino al capo più meridionale di S. Maria di Leuca (Stat. 266 - 281), rimonta in sù nell'Adriatico fino a sud di Otranto…
A pag. 618 degli Annali Sclavo pubblicato nel 1964, è detto … Il primo (punto 9a della carta) in corrispondenza di punta Meliso, estremo punto del versante adriatico (39°47'32"N - 18°22'20"E) in direzione Sud. ...
A pag. 21 di Inchiesta Agraria, (Italy - giunta per la inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola, pubblicato nel 1884) è detto …Dalla foce del Bradano all’estremo capo di Leuca ove il Jonio confonde le sue acque con l'Adriatico; e poi lungo queste coste fino alla foce del Tronto, ecco come corrono i confini...
A pag. 426 della Rivista di Diritto Internazionale pubblicata nel 1906 si legge:
Per l’applicazione delle presenti norme il litorale del Regno, dei possedimenti dell'Egeo e delle Colonie è diviso nei sette settori seguenti:
1° settore Adriatico, dalla frontiera a S. Maria di Leuca, comprese Zara e le isole dell’Adriatico appartenenti all’Italia;
2° settore Jonio da Santa Maria di Leuca e Scilla sulla penisola e da Capo Peloro verso la costa sicula orientale e meridionale sino a Capo Lilibeo ecc.
Analoghe disposizioni sono riportate a pag. 702 del Codice delle Leggi sulla Navigazione pubblicato da Giuffrè nel 1952.
A pag. 201 della Storia d'Italia, dai tempi più antichi fino all'invasione dei Longobardi di Atto Vannucci pubblicata nel 1851 a Firenze dalla Poligrafia Italiana è detto: Tutta la vasta e bella contrada che si distende sul mare Adriatico dal capo di Leuca sino al promontorio del Gargano …fu dagli antichi appellata Japigia.
… Il moderno capo di Leuca detto dagli antichi promontorio Japigio o Salentino era celebre per la sua grandezza e perché formava l’estremo confine d’Italia dal lato del mare Jonio.
A pag. 1151 della Letteratura Italiana, pubblicato nel 1951 da Riccardo Ricciardi Editore si legge: Questa provincia, bagnata da due mari, si estende nell'Adriatico per Io spazio di circa cento miglia dal Capo di Leuca fino all'antica Egnazia, e nel Jonio forse per altrettanto spazio dal medesimo Capo fino a Torre di Mare.
A pag. 3 de La Magna Grecia di François Lenormant, 1837-1883 tradotto da Armando Lucifero e pubblicato nel 1931 dalla Tipografia editrice f.lli Pirozzi, si legge: ... al capo di S. Maria di Leuca, con la estremità della penisola italiana. È la linea di divisione tra i due bacini dell' Adriatico e del mar Jonio.
A pag. 257 del libro A System of Ancient and Mediaeval Geography di Charles Anthon (professore di greco e latino al Columbia College di New York), pubblicato nel 1850 dalla Harper & Brothers, Publishers, di New York, si legge: Strabone descrive questo celebre luogo (ndr Iapygium Promontorium o Sallentinum Promontorium, ora Capo di Leuca), insieme con le montagne Ceraunie, come la definizione della linea di separazione tra l’Adriatico e lo Jonio, ecc. (libera traduzione dall’inglese dello scrivente).
Sempre da questo nostro Capo di Leuca parte il lunghissimo segmento (quasi 61 miglia nautiche) di linea di base che arrivando a Punta Alice in Calabria chiude il Golfo di Taranto dichiarandolo, come recita il DPR del 26 aprile 1977, n. 816, baia storica.
Nessun cartello o segnale o targa impiantati nel terreno a Punta Ristola informa il turista della particolarità del luogo.
Una curiosità: Se tracciamo, sulla carta dell'Italia, tre linee caratteristiche, abbiamo una piccola sorpresa. La prima linea collega il punto più a nord (Vetta d'Italia) con il punto più a sud (punta Pesce Spada, nell'isola di Lampedusa). La seconda collega i due punti estremi della zona più larga della penisola: monte Argentario e monte Conero. In prossimità del punto di intersezione passa anche una terza linea, quella che collega la vetta del Monte Bianco con il capo di Santa Maria di Leuca - punto più a sud della Puglia. Questa zona in cui si incontrano queste tre rette così significative da un punto di vista geografico, si trova grosso modo a nord-est del lago Trasimeno, al confine fra Toscana e Umbria, non lontano da Perugia e Assisi (città del Santo Patrono d'Italia).
La costa di Leuca è senza dubbio la più varia del Salento, e fra le più belle della Puglia.
Il litorale è ricco di bellissime grotte, alcune raggiungibili dal mare (Grotta del Diavolo, del Fiume, del Presepio, Tre Porte, del Bambino, dei Giganti, della Stalla e del Drago).
E' la terra leucense, sulla quale approdò, secondo una inveterata tradizione, per la prima volta sul suolo italico, la civiltà cristiana (l'attuale Santuario della Madonna di Finibus-Terrae sorge proprio su un tempio pagano dedicato a Minerva) nella sua biblica conformazione suscitò, in una lucente giornata di Maggio, intorno all'anno 1950 (è un ricordo personale di Pompeo Rainò) all'allora Prefetto di Lecce dott. G. Migliore, che stava sulla tolda di una paranza, al largo nel viaggio inaugurale, una flotta di sentimenti, talché precisò al Sindaco, Vincenzo Cantoro, eminente personaggio del luogo, che indicava la punta più sporgente, quale luogo terminale d'Italia: "no, sig. Sindaco, lì inizia l'Italia".
E si rifaceva, quel grande Prefetto, uomo di Governo ma anche illuminato Umanista, alle civiltà del bacino Mediterraneo che, nei secoli, erano approdate alla punta Meliso (così come del resto la vede il poeta Gino Pisanò di Casarano):
"Or tra brume e nuvole fluidanti
ove radioso folgorava il sole
amori e sogni, informe tu m'appari
Meliso Fosco"
Turismo, cultura, itinerari romantici e religiosi, veramente il meglio.
"Entro la malìa di un mare di turchese è disteso il Capo, scheletro gigantesco. Lo spazza il vento e lo dilava la pioggia; la roccia calva si trascina carponi al mare. Le spiagge flagellate e rose, s'estendono entro una luce violenta che le illumina senz'ombra.
In questo spazio si muovono gli uomini, assorti, lenti, come seguendo il ritmo intimo di questa monotonia. Parlano sottovoce o urlano ma il loro vero linguaggio è ruminazione silenziosa. La lingua è aspra, cupa, povera d'immagini, virile, quasi ieratica ancora latina ed ellenica in buona parte. Sorridono di rado. Il riso è spasmo. Cantano nenie, ove dallo sfondo d'infinito divino e inutile, tornano le nostalgie di remoti nomadismi e di indefinibili aspettazioni. Tono d'anima un grigiore cipiglioso…"
(da una prosa di don Paolo Santacroce di Ugento, sacerdote morto in odore di santità nel 1837).
La penisola salentina, la parte estrema dell'Italia, è formata principalmente da terre pianeggianti di costituzione calcarea interrotta da piccole colline, in particolar modo lungo la costa, la cui massima altezza è di 201 metri (la Serra Cianci). Tra queste colline, denominate Serre, ricoperte dalla macchia mediterranea, la tipica vegetazione locale, sorgono graziosi paesi ricchi di tradizioni popolari e di storia come, appunto, Castrignano del Capo e le sue frazioni.
Leuca è "finibus terrae"
Qui, davvero sembra la terra finisca. E, di
fronte, l'infinito. Tempo e spazio in un'unica dimensione. Lo sguardo
scruta lontano, dove si perdono infiniti orizzonti. Il tempo qui è
eternità. Leuca è eterna.
A Leuca si è sempre giunti, per terra e per mare. Leuca è un "punto di
incontro"¸è un "porto di mare". Leuca è il posto del mito; è la storia, la
tradizione … Leuca è una sentinella nel mare. Leuca Mediterranea. Sa
parlare a tutti. Appartiene a tutti: salentini, greci, fenici, arabi,
normanni, curdi, africani, europei, cristiani, musulmani, a chi viaggia,
solca i mari, va lontano, affronta l'ignoto, il pericolo, cerca un
approdo, un rifugio, riparo, conforto, un suolo amico, un suolo di pace.
Leuca dà pace. Leuca sa parlare di pace. Almeno una volta, è proprio vero, occorre
venirci, in vita o in morte. E nessuno riparte come prima di essersi
fermato.
Nel nuovo Millennio, continui Leuca a essere se stessa: appartenga ai
popoli dell'intero Mediterraneo, porti in dote la sua storia, il suo
plurimillenario messaggio di accoglienza, di fraternità, di pace.
L'augurio più bello in occasione del Giubileo e dell'anno Duemila. Finibus terrae. Impossibile non perdersi
nell'orizzonte dei due mari che si incrociano e diventano Mediterraneo sul
quel promontorio che è custode geloso della cultura salentina. Dai riti
pagani dei messapici e dei greci, alle aree sacre della Porcinara e della
Grotta del Diavolo dove si venerava Giove, sino ai santuari cristiani
voluti, secondo la tradizione, dai discepoli di S. Pietro: Leuca, come le
sue splendide ville ottocentesche é uno dei luoghi più suggestivi del
Mediterraneo.
Terra di antica civiltà e crocevia di numerosi popoli, il Capo di S. Maria
di Leuca è un lembo d'Italia ricco di menhir, grotte, abbazie, cripte,
torri costiere e colombaie, chiese, castelli, ville, centri storici, ecc.
ecc. Ad aumentare il fascino esercitato dalla
bellezza delle località, contribuiscono non poche leggende che traggono
origine da questa terra verso la quale gli dei furono così larghi di
promesse. I segni e le testimonianze sono riscontrabili in tutte le realtà
locali. A Castrignano succede, però, una cosa molto
strana: quella che dovrebbe essere una frazione con importanza più
limitata rispetto al comune, è invece, uno dei tesori più cari all'intero
Salento: stiamo parlando di Leuca. A Leuca, sorta all'estremo lembo
meridionale della Puglia, sulle ultime propaggini delle "Serre Salentine"
si incontrano le acque dei mari Jonio ed Adriatico.
Leuca, che deve il suo nome alla lingua greca, fu fondata in epoca
antichissima; importante centro per la Cristianità, si narra che nel suo
porto sia sbarcato San Pietro, diretto a Roma. San Pietro, secondo la
storia che ci è stata tramandata, fece il suo primo discorso sul
promontorio del Meliso, nei pressi di un antico tempio pagano. In quel
luogo, ora, al centro del piazzale antistante il Santuario di Santa Maria
di Leuca, è possibile ammirare una colonna, dedicata al Santo rifinita con
fregi corinzi ed eretta nel 1694 da Filiberto D'Aragona, ad imperituro
ricordo del discorso del Primo Papa. Lo stesso Santuario sorge sul luogo dove, in
quel periodo lontano sorgeva il tempio pagano dedicato, forse, alla dea
Minerva. Il Santuario è conosciuto, anche, con il nome di "De Finibus
Terrae".
Superato il muro che divide il piazzale dalla scogliera, si trova il faro,
alto 47 metri, dalla cui sommità nelle giornate più limpide, si possono
osservare, ad oriente, i monti dell'Albania, ad occidente i monti della
Calabria e, a mezzogiorno, l'isola di Corfù.
Sotto, alla Marina, si può scendere per la doppia rampa di scalinate che,
degradando lungo il pendìo della collina, fa da argine alla cascata
monumentale, aperta solo di tanto in tanto, e termina ai piedi della
collinetta, proprio vicino al porto, su un piccolo spiazzo sul quale si
erge la Colonna Romana monolitica. Tutto questo complesso monumentale è a
ricordo di una grande opera che ha termine proprio in quel punto:
l'Acquedotto Pugliese.
I lavori per questa opera imponente iniziarono già nel 1905 nell’intento di alleviare i gravi disagi delle popolazioni pugliesi da sempre attanagliate dalla siccità. Bisognerà aspettare altri vent’anni perché il 6 aprile 1924 si potesse festeggiare a Foggia, in piazza Cavour, il primo getto d’acqua. L’avvenimento venne immortalato da Achille Beltrame che disegnò una tavola per la Domenica del Corriere. Un’altra, celebre, del 6 settembre 1908 raffigurava piazza del Ferrarese a Bari in un momento di distribuzione dell’acqua potabile.
Finalmente nel 1939 le opere terminali giunsero a compimento a Leuca.
L'Acquedotto Pugliese è, per estensione, il più grande d'Europa e tra i primi nel mondo. La rete idrica ha uno sviluppo di oltre 15 mila chilometri e serve poco più di quattro milioni di persone. La portata complessiva è enorme: oltre 19 mila litri al secondo.
Da vedere la chiesa di Cristo Re costruita nel
1896 ed ultimata nel 1935. Presenta un progetto sobrio con rosone
finemente scolpito nella pietra di carparo. Versa in uno stato di
conservazione buono ed e' fruibile. Interessanti il campanile e il
pavimento musivo; all'uscita della cittadina, sulla strada che porta da
Leuca a Gallipoli le grotte del Diavolo e Porcinara.
La prima è
accessibile sia dal mare che dalla strada, mediante un accesso che, con un
dislivello di diversi metri, porta in riva al mare, alla base della
scogliera. La caverna è profonda una trentina di metri ed alta 15: in essa
diverse campagne di scavi hanno riportato alla luce resti di un
insediamento umano dell'età della pietra. La grotta "Porcinara", situata
ad un centinaio di metri da punta Ristola, è invece interessante per le
numerose incisioni risalenti ai primi Cristiani.
La città, lungo la strada che costeggia il
mare, è ricca di bellissime ville, risalenti ai primi del secolo, quando
era meta dei signori locali che vi trascorrevano il periodo estivo; oggi,
invece, Leuca è aperta ai turisti: i suoi negozi sono numerosi e ben
forniti e dovunque è possibile trovare ristoranti ed alberghi, che hanno
fatto della frazione di Castrignano una delle mete più ambite del turismo
nel Salento. Suggestiva è la campagna del Capo: distese di uliveti, di
mandorli, di fichi, di carrubi, di peschi insieme a vigneti e a ortaggi di
vario genere, abbelliscono il paesaggio e spengono un po' quel senso di
aridità e di accecante luminosità prodotta da un sole spesso implacabile.
Le origini di Leuca in un affresco del '700

Il racconto parte da Parabita, per l'esattezza
dalla Sacrestia della Chiesa di San Giovanni Battista, dove una serie di
curiose, inconsuete e semplici immagini realizzate in affresco
impreziosiscono la volta rettangolare. Si tratta di una specie di viaggio
ante litteram per le marine del Salento, e davanti ai nostri occhi
scorrono le ammalianti bellezze di Gallipoli e di Otranto, di Porto
Cesareo o di Castro, ma anche di S. Isidoro e delle Cenate. Non poteva
naturalmente mancare Leuca.
Al centro del soffitto lo stemma di Mons.
Orazio Fortunato che fu vescovo di Nardò dal 1678 al 1707, in un tripudio
di coloratissimi svolazzi floreali, più in basso in un cartiglio la data
della conclusione dei lavori, 18 gennaio 1700, ed il simbolo dell'Agnus
Dei allusivo al Battista. I dipinti, come ho detto, potrebbero essere
definiti delle cartoline del Settecento e l'anonimo artista (o il gruppo
di artisti impegnati) si è sforzato di ritrarre al vero le deliziose
località di cui riconosciamo le principali caratteristiche. Certo il gusto
di maniera imperversante ed una esuberante verve ludica (soprattutto nelle
scene con i puttini che accompagnano i panorami) tradiscono in qualche
caso la realtà ma l'insieme ne esce alleggerito, ben articolato e coeso
come in una straordinaria videocassetta del passato.
Ed eccoci a Leuca, che ci sorprende non tanto per il profilo del villaggio
arroccato sul promontorio (è riconoscibile comunque il nucleo abitato che
ab antiquo si stringeva attorno al Santuario) quanto per l'inconsueta
Sirena il cui corpo desinit in piscem (secondo Orazio, Ars poetica)
coronata e ad occhi chiusi che galleggia sull'acqua. Ma chi è questa
Sirena a due code (del tipo cioè più genuino e più "classico" che è
presente nell'iconografia fino al tardo Medioevo, al Rinascimento ed
oltre) e perché il pittore l'ha rappresentata morta e alla deriva prima
che il suo corpo venga spinto dai flutti sulla spiaggia di Leuca? Apriamo l'insostituibile Tasselli (Antichità
di Leuca, 1693) e leggiamo: "Fu chi disse essere stata edificata questa
città di Leuca dalla Sirena Leucasia, come Napoli dalla compagna Partenope.
Ma perché queste sirene, secondo le historie meretrici, e secondo le
favole incantatrici, non sono mai da' veri historici ammesse per
edificatrici di città o terre; dissero però altri e più fondatamente…". Si
capisce bene che il nostro Cappuccino intende schierarsi con gli storici
veri e perciò rifiuta subito questa ipotesi; ma gli sfugge, come poi gli
storici veri hanno dimostrato, che le colonie della Magna Grecia si
appoggiano spesso proprio a queste leggendarie origini, tutte allusive
alla lontana madre patria, fiorente aldilà del mare. Il caso di Napoli e
di Partenope è esemplare, il motivo della sepoltura nei pressi di un corso
d'acqua è ricorrente, la nascita della città insieme alla tomba è una
costante altrettanto obbligata. Ma c'è di più perché la mitologia ha
conservato i nomi delle tre più importanti sirene e la vicenda della loro
tragica morte. Esse sono Partenope, Leucosia e Ligea e sconfitte da Ulisse
termineranno l'ultimo volo nelle acque profonde del Tirreno, mutando la
loro natura prima di dare origine a tre città diverse. L'episodio è
narrato da Licofrone nel poema Alessandra (vv. 716-737) e la sua
incantevole poesia rende giustizia alla drammaticità dell'evento. Di
Partenope sappiamo, di Leucosia e di Ligea gli storici hanno fornito
versioni diverse ed i poeti (che a noi piacciono di più) si sono
impossessati. Chi non ricorda le meravigliose pagine dell'autore del
Gattopardo, Tommasi di Lampedusa in cui è narrato il dolente amore di
Ligea? Sono scritti considerati "minori" ma come non innamorarsi,
attraverso gli artifici della sua prosa, della bellissima sirena? E che dire poi di Leucàsia, per più giorni in
balia delle onde, fino all'approdo sconosciuto? Qualche anno fa un giovane
autore di casa nostra, Carlo Stasi, si è confrontato con il mito e ne è
venuto fuori un racconto che giustifica i nomi di Meliso e Ristola
intrecciandone la storia con il suicidio della sirena (Leucasia, Edizioni
Ce~S~A~M~, Presicce, 1993). Mi piace finire con un modernissimo
riferimento: sarà un caso che due grandi alberghi di Leuca e di Gallipoli,
dopo millenni, portino il nome di Approdo e Sirenuse? Voglio dire, insomma, che le Sirene sono di
casa anche nel Salento (non potrebbe essere che così, data la bellezza del
mare) ed il Vescovo di Nardò, Mons. Fortunato, merita tutta la nostra
riconoscenza per averlo scoperto per primo, ridando consistenza ad una
versione dei fatti che non era piaciuta al buon Tasselli….
Alessandro Laporta.
Punta Ristola
(da La Gazzetta del Mezzogiorno del 5.1.2001)
Anche a sud del sud, nell'estremo tacco
d'Italia, la costa indietreggia, progressivamente, aggredita dalle onde
del mare. La scogliera si sbriciola, sotto i colpi violenti delle ondate
di tramontana. Ma anche quando tira il maestrale o il perfido scirocco, le
onde vanno ad infrangersi contro l'alta costa, si insinuano nelle grotte,
sbriciolando tutto, inesorabilmente.
A Santa Maria di Leuca sono interessati più di trecento metri dl
scogliera, partendo da località "La fonte" adiacente il ponte alla
periferia del paese, passando per Punta Ristola, la parte più a sud
d'Italia, e proseguendo poi sino alla grotta "del Drago", in zona "Marchiello". E' un'erosione inesorabile e continua che ha
già risucchiato cavità naturali, creandone di nuove, spazzato via tratti
di storia e leggende secondo le quali, in questo estremo lembo d'Italia,
sarebbe approdato Enea per venerare la dea Minerva.
"Il fenomeno dura ormai da decenni senza che nessuno abbia ritenuto
opportuno di intervenire per salvaguardare una costa meravigliosa e
scongiurare pericoli per i passanti" afferma il geometra Fortunato Pirelli
di Castrignano del Capo, che già nel gennaio 1987, su incarico dell'allora
sindaco Fernando Marzo, redasse una perizia con documentazione fotografica
sull'intero litorale leucano tra le due punte Meliso e Ristola, dopo una
violenta mareggiata che provocò danni ingenti. "In seguito a quella perizia, il Comune di
Castrignano del Capo, (dal quale dipende la frazione di Santa Maria di
Leuca) usufruì di un finanziamento erogato dalla Protezione Civile di
oltre un miliardo e mezzo, che però fu utilizzato soltanto per interventi
nel porto, ricorda il geometra Pirelli, mentre passeggia sullo strapiombo
vicino a punta Ristola, a ridosso del quale si snoda un viottolo
solitamente percorso da adulti e bambini. Pirelli ricorda anche che vent'anni
fa tra quel viottolo e il mare c'erano oltre dieci metri di scogliera.
Ora, in più punti sono rimasti appena cinquanta centimetri. Non esiste
nessuna barriera, nessun muretto o palificazione, né cartelli eloquenti ad
indicare il pericolo. Il rischio é veramente alto specialmente per i
turisti che d'estate si riversano in massa su questi scogli. Il terreno
potrebbe franare sotto il peso dell'uomo in ogni momento, vista
soprattutto la consistenza morfologica del suolo molto precaria: un misto
naturale di terriccio e pietrame in continuo movimento. "Mi chiedo se ci
sia bisogno che accada qualche tragedia per ricordarsi di Punta Ristola"
aggiunge il geometra. "In tutta questa zona é urgente intervenire
con opere di consolidamento del terreno in modo da escludere ogni
movimento franoso e comunque bisognerebbe interdire temporaneamente il
passaggio delle persone".
Ma a rischiare é anche il patrimonio storico che comprende la grotta "Porcinara"
e i numerosi siti antistanti ad essa, come la scalinata di età romana che
portava fino al mare e che ora è stata per metà inghiottita dalle acque,
l'alloggio scavato nella roccia, usato presumibilmente per le offerte agli
dei, e alcuni blocchi di tufo, forse resti di colonne o di obelischi
templari. Insomma, sotto la furia dei marosi,
inesorabilmente, scompare la storia di questo estremo lembo d'Italia. E
scompaiono le leggende. O meglio, scompaiono i luoghi (almeno nella loro
fattura originaria) ai quali sono legate episodi storici e Leggende.
"Spesso non riusciamo a cogliere il valore delle cose che ci circondano -
dice ancora Pirelli - Leuca ha in questa zona un sito archeologico
importante, carico di storia e di leggende, che andrebbe catalogato,
conservato e valorizzato e non abbandonato come sassi senza storia
all'incuria del tempo". Si rischia, così, che tra poco, passando per
Leuca, si debba dire: "Qui, in questo luogo, fino a qualche tempo fa,
c'era una grotta, oppure una lingua rocciosa che si insinuava nel mare,
dove, tremila anni fa …"
Insomma, c'era. Ma il mare l'ha portata via.
Cesario Ratano
Santuario della Madonna De Finibus Terrae
1794 - Tuttora esiste un tempio Santuario a
Leuca, conosciuto per tutta Italia, volgarmente detto in finibus terrae,
arricchito dai Sommi Pontefici di indulgenze e privilegi, dove si porta
una moltitudine di devoti e di pellegrini, provenienti un po' dappertutto,
per ricevere le loro sacramentali confessioni. C'è un Penitenziere con due
eremiti, che curano oltre il servizio ai fedeli anche la custodia del
tempio. Nell'anno 59 dell'era volgare la stessa città fu elevata a sede
vescovile... Dopo è accaduto che questa sede vescovile è stata trasferita
in Alessano, che usa l'uno e l'altro titolo ". Tempio dedicato alla Madonna di Leuca o De
Finibus Terrae risale ai primi anni del cristianesimo. Edificato sulle
rovine dell'antico tempio di Minerva fu distrutto sotto l'Imperatore
Galerio (293-311) e riedificato e consacrato al culto di Maria Vergine nel
343 da Papa Giulio I. Dopo numerose devastazioni fu ricostruito nel
1507 dai Del Balzo. A questo periodo risale, ad opera di un discepolo del
Tiziano (Giacomo Palma), il quadro della Madonna. Saccheggiato ancora dai
mussulmani e algerini, il Santuario fu ricostruito e consacrato nel 1663.
Nel 1720 infine assume la facciata ancora oggi visibile che gli da
l'aspetto di un palazzo fortificato. Sul piazzale antistante il Santuario vi è la
Colonna, dedicata alla Madonna, edificata nel 1694; sul fusto della
colonna e' posta la statua marmorea che raffigura al Madonna. Versa in uno
stato di conservazione buono ed e' visibile.
Il culto della Madonna di Leuca risale al IV secolo d.C. ed è sentito non
solo in Italia e nel Salento ma in tutta Europa, tanto che molti sono gli
storici che hanno trattato l'argomento.
Sin dal periodo paleocristiano (attorno al IV secolo) si parla di un
grande miracolo che avrebbe salvato le genti di quei luoghi da un
disastro; infatti le cronache del tempo, e precisamente, del 365 d.C.
narrano che un grande maremoto stava per abbattersi sul Capo di Leuca
impaurendo al punto tale gli abitanti da costringerli, in gran numero, a
chiedere aiuto alla Madonna che con un miracolo chetò le acque del mare:
era il 13 Aprile del 365. Questo evento segnò la nascita del culto della
Madonna in questa parte d'Italia.
Secondo gli storici sembra, tuttavia, che il culto per la Vergine sia nato
nel mediterraneo orientale nelle tre forme della "Madre di Dio", "Vergine
Protettrice" e "Vergine che intercede per far superare ai propri fedeli le
difficoltà". Sul piazzale del Santuario si svolge una festa
l'ultima domenica di luglio mentre le feste dedicate alla Madonna di Leuca
si tengono in due periodi dell'anno: il 13 di Aprile ed il 15 di Agosto. Nella festa del 13 di Aprile, a differenza di
quella successiva, si svolge una processione "penitenziale" e, nel
passato, tutti i fedeli ed il clero avevano l'obbligo di parteciparvi per
ottenere la remissione dei peccati; la processione aveva dei percorsi
obbligati all'interno dell'abitato della cittadina. Tra i devoti alla
Madonna, in quei tempi, vi erano moltissimi nobili, molti dei quali
provenivano anche da regioni del centro e nord Italia. Addirittura, si
narra che, nel 1300, il re di Napoli, quale ringraziamento per uno
scampato pericolo, ordinò un pellegrinaggio da Napoli a Leuca. Tuttavia, la festa più bella e coinvolgente è
quella del 15 di Agosto, caratterizzata da una processione delle barche in
mare, lungo la costa, dove ognuno addobba il proprio natante con fiori e
nastri. E' una manifestazione folcloristica dove si fondono il sacro ed il
profano in una cornice ambientale tra le più belle e caratteristiche
d'Italia.
Curiosità: il Santuario è un luogo in cui
tutti i mortali devono entrare, o da vivi o da morti! Se da vivi è meglio,
così si conosce già il luogo nel caso in cui...
In data 19.6.1990 il Santuario di Leuca è
stato elevato alla dignità ed al grado di Basilica Pontificia Minore dal
sommo pontefice Giovanni Paolo II con Breve Apostolico quale alto e degno
riconoscimento dell'amore, della devozione e del culto manifestato neii
secoli dai fedeli alla Vergine Santa.
Il 7 ottobre 1990, festa della Madonna del Rosario, il venerato documento
pontificio è stato annunciato e proclamato durante una solenne
concelebrazione eucaristica dal Cardinale Eduardo Martinez Somalo,
Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti, presente Mons. Mario Miglietta, Vescovo di Ugento - S. Maria
di Leuca, e numerosi alti prelati.
Nell'occasione del Giubileo, il 25 marzo 2000 il Santuario S. Maria De
Finibus Terrae ha vissuto una giornata indimenticabile: infatti sono stati
inaugurati i tre nuovi portoni di bronzo scolpiti dallo scultore Armando
Marrocco, alla sua presenza ovviamente. Le opere sono state realizzate
grazie al contributo dei fedeli perché non comprese tra quelle previste
per l'impiego dei fondi giubilari.
La cerimonia, iniziata alle ore 10,30, è stata presieduta dal Vescovo di
Ugento Domenico Caliandro, a capo della diocesi in cui si trova il
Santuario, al centro adesso, come da molti anni, di una polemica tra i
Comuni di Castrignano del Capo e di Gagliano del Capo, che lo rivendicano
ognuno nel proprio territorio.
Ma è indiscusso che il complesso religioso ricada nel primo dei due Comuni. La giurisdizione territoriale del Santuario e dell'area circostante era già oggetto di polemica nel 1600 tra gaglianesi e salignanesi quando si discuteva intorno alle "pascare", luoghi di pesca esistenti tra Leuca e l'alta scogliera dietro il Santuario. Il 7 dicembre 1649 il notaio Giovanni Alfonso Rausa di Lucugnano registrò nel castello di Montesardo (Montis Ardui) l'atto relativo alla lite tra i feudatari di Gagliano (don Feliberto de Aragonia, duca di Alessano e barone di Gagliano) e Salignano (sign. Capranico che aveva acquistato il Casale di Salignano da don Federico, primo padrone) discussa nel Sacro Regio Consiglio o Camera della Sommaria e inerente le pascare Terrarico (oggi detta anche Terradico), Fenestrata, Posta e Fronti.
Ciò naturalmente perché non erano chiari i confini territoriali tra Gagliano e Salignano.
Avendo perso l'autonomia, Salignano divenne frazione di Castrignano del Capo e in seguito la polemica si sviluppò tra i due Comuni viciniori e cioè tra Gagliano e Castrignano i quali, ciascuno a proprio modo, pretendevano un tipo di spartizione territoriale.
Alcuni episodi accaduti nel corso degli anni sono significativi per comprendere la rivalità tra i due campanili. Il 31 luglio 1700 si legge negli archivi della parrocchia di Castrignano, un giovane di Presicce, un certo Pasquale Zingarello, annegò nelle acque di Leuca in località Li Portignuri di Salignano. Il cadavere fu portato nella cattedrale di Leuca dove si trovava il Vescovo, mons. Giovanni Giannelli, il quale ordinò che fosse sepolto nel cimitero di Castrignano. I castrignanesi si misero in spalla il morto e giunti nei pressi della chiesa di S. Giuseppe, tra Leuca e Castrignano, i gaglianesi presero il cadavere e lo seppellirono a Gagliano.
Il sindaco di Gagliano espose al Vescovo il perchè del gesto in quanto secondo lui spettava a Gagliano il diritto di seppellire nel proprio cimitero lo sfortunato annegato.
Il Vescovo, venuto a conoscenza della trasgressione al suo ordine, impose di riportare il cadavere a Castrignano, pena la sospensione e la scomunica. Nel 1923 si verificò, a proposito della processione a mare della statua della Madonna, un episodio socialmente e civilmente molto increscioso. Nacque una polemica tra Leuchesi e Castrignanesi da una parte e Gaglianesi dall'altra. I motivi del conflitto furono la data della processione da effettuarsi in mare e il permesso che la Commissione dei festeggiamenti avrebbe dovuto chiedere alle autorità civili di Gagliano. Ciò in forza di un presunto diritto rivendicato da alcuni esponenti di Gagliano nei confronti del Santuario e quindi della statua della Madonna che si trovava nella chiesa.
Questa situazione creò una polemica molto dura tra i due campanili con risvolti che andarono al di là delle semplici rivendicazioni di carattere cartaceo.
Ci fu una vera e propria sommossa popolare con tafferugli, lanci di pietre e oggetti contundenti vari.
Teatro di questa manifestazione da "secchia rapita" fu la collina e il piazzale del Santuario. Dalla parte alta ci furono scene di teppismo e atteggiamenti antidemocratici nei confronti dei Leuchesi che si trovavano nella zona inferiore. In pratica da giù non si poteva accedere in chiesa. Da una parte si voleva prendere la statua, dall'altra la resistenza e l'impedimento di farla uscire dal Santuario.
Per sedare i fenomeni e frenare gli animi così accesi, intervenne la forza pubblica con la partecipazione di numerosi militari.
Come conseguenza di questo clima di rivendicazione e di aspre polemiche vi fu la decisione di far fare una statua simile a quella esistente nel Santuario in modo da collocarla nella chiesa della Marina di Leuca e utilizzarla per la processione. Fu una saggia soluzione perché in tal modo si eliminarono di fatto eventuali rivendicazioni.
Nella chiesa di Cristo Re nella marina, si trova, infatti, una Statua in cartapesta che riproduce fedelmente quella esistente nel Santuario e che, da anni, viene portata solennemente in processione a mare.
In questo modo si è chiuso un capitolo piuttosto nero tra le due comunità viciniori.
Purtroppo, dopo il lontano 1923, si sono verificati comportamenti di carattere rivendicativo da parte di alcuni gaglianesi a proposito del quadro della Madonna di Leuca di passaggio dal Comune di Gagliano in occasione della fase preparatoria del Congresso Mariano Salentino che si realizzò nel 1949. Per fortuna la mitezza del Vescovo Mons. Ruotolo e il buon senso degli amministratori locali prevalsero sugli animi di alcuni, fortemente legati al campanilismo.
Per fortuna oggi i rapporti sono alquanto cordiali e nessuno si pone più in termini di conflittualità.
Il problema, poi, della competenza sul Santuario e su alcune zone viciniori, è un discorso di carattere giuridico che si è risolto finalmente a vantaggio del Comune di Castrignano del Capo. (La Giunta Regionale, con delibera nr. 2609 del 1993, ha posto fine alle rivendicazioni dando una soluzione al problema). Tuttavia Gagliano non ha accettato passivamente la decisione regionale in quanto, secondo il suo sindaco (Salvatore Monteduro), il confine tra i due Comuni passa all'interno della Chiesa, tagliandola in due parti all'altezza dell'altare maggiore, per cui è ricorso al T.A.R. di Lecce, chiamando in giudizio la Regione ed il Comune di Castrignano del Capo il cui sindaco (Franco Siciliano), invece, riteneva giustamente che la direttrice termina dietro il Santuario senza intaccare minimamente l'edificio religioso. Nel maggio 1994 il T.A.R. ha rinviato l'udienza per la sospensiva al merito e in data 23 marzo 2000 la vicenda è stata discussa presso la II Sezione (presidente Antonio Cavallari) che ha deciso nuove indagini ed approfondimenti allo scopo di meglio focalizzare il problema.
Con sentenza nr. 5370 del 29 maggio 2003 Il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia, II Sezione di Lecce, ha respinto il ricorso di Gagliano giudicandolo infondato.
Tra le varie argomentazioni spicca quella che ha smontato la personale tesi del consulente tecnico del Comune ricorrente il quale sosteneva che la locuzione “per scirocco il promontorio di S. Maria di Leuche” , contenuta in un documento in cui vengono descritti i confini della terra di Gagliano, volesse significare che lo stesso era parte integrante del detto Comune invece che il contrario.
Tuttavia, il comune di Gagliano, non pago, con ricorso n. 8161/2004 appellava la suddetta sentenza davanti al Consiglio di Stato convinto delle proprie ragioni sul possesso delle particelle n. 153, 154, 158, 159, 160, 161, 162, 163 e 164 del foglio di mappa n. 22 che dai dati catastali attuali rientrano invece nel territorio del Comune di Castrignano del Capo.
Nella pubblica udienza del giorno 3/2/2006 il Collegio, in sede giurisdizionale, con sentenza nr. 6812, ha rigettato il ricorso con conferma della sentenza appellata. Le relative motivazioni sono state depositate in Segreteria Il 21 novembre 2006.
Il Congresso Capitolare dei Frati Minori del Salento, in attuazione della decisione del Capitolo provinciale 1999 di ridimensionare presenze ed attività, ha deciso di rimettere, dopo 56 anni, al Vescovo diocesano, la Parrocchia di Cristo Re della Marina di Leuca a partire dal 1° settembre 1999.
In pratica è stato chiuso il convento dei frati, attivi dall'8.8.1943, i quali sono stati trasferiti in altra sede.
Il Missionario leuchese a Formosa, Padre Alberto Papa, in data 24.2.1994, è stato insignito della Croce "Pro Ecclesia et Pontifice", riconoscimento dato dal Pontefice a chi si è distinto per meriti di studio e per attività ecclesiastiche.
Il Faro e il Semaforo
A ridosso del vecchio porticciolo di Leuca vi è la colonna romana che fa bella mostra di se e che è situata nello stesso spiazzo da cui si accede alla colonia Scarciglia ed a punta Meliso. Da questo luogo si diparte una doppia scalinata monumentale di 184 gradini, edificata nel 1939 in occasione della realizzazione delle opere terminali dell’acquedotto pugliese, che termina sul piazzale del Santuario. Qui, sul promontorio del Méliso, l'antico
Promontorium Japigium, a 250 metri a nord del Capo S. Maria di Leuca (lat.
39° 47' 41" Nord, long. 18° 22' 18" Est), si erge bianco e maestoso il
faro di atterraggio di I classe (aeromarittimo = cioè dotato di ottica rotante con prismi deflettori, che consentono di deviare parte del fascio della luce di circa 10°-20° al di sopra dell'orizzonte, per il loro utilizzo anche da parte degli aerei), progettato dall'ing.
Achille Rossi ed attivato a petrolio a livello costante, nel 1866, dal
Genio Civile. E' alto 48,60 m. dalla base e 102 dal livello del mare. È'
dotato di un potente impianto elettrico di proiezione costituito da una
lanterna cilindrica, del diametro di m. 3, su torre ottagonale con
edificio a due piani, con apparato ottico rotante in senso antiorario,
della distanza focale di 500 mm, basato, dal luglio 1934, su tre gruppi di
tre pannelli diottrici ciascuno (in precedenza erano 16 in tutto) che
danno 3 fasci di luce bianca visibili fino a 25,2 miglia (portata
geografica) e, in direzione della secca di Ugento, luce rossa (Lam. (3) 15
s 102 m 24 M - Intermittente rossa 4 s 16M). Vi è un settore oscurato
dalla costa a Nord del faro a 220°. Nel corpo del fabbricato esistono
quattro alloggi di cui tre in uso ai tre fanalisti ed uno adibito a camera
di ispezione, sala motori e sala radiofaro. Altri tre fabbricati annessi
sono destinati a servizi vari quali magazzino, ricovero dell'elettrogeneratore
ecc. Per una scala a chiocciola di 254 gradini si può salire alla gabbia
dell'apparato di proiezione, circondata da un terrazzo circolare, con
ballatoio interno ed esterno in bronzo rispettivamente di 74 e 60 cm, da
cui si ha una vista superba sul Capo e sui due mari. Nel 1924 il segnalamento fu trasformato dalla
Regia Marina a vapori di petrolio e, nell'agosto 1937, questa sorgente fu
sostituita da quella elettrica, elettrificando anche tutti i locali del
faro. Nel 1940 il radiofaro ha iniziato il servizio internazionale
emanando il segnale ogni 4 ore con atmosfera chiara e ogni 4 minuti con
tempo nebbioso.
Nel 1941 è stata cambiata l'armatura girevole con altra di tipo diverso
per fari di I° ordine. La vecchia lanterna è stata sostituita nel 1954 e
alla nuova ottica sono stati applicati pannelli deflettori per la
navigazione aerea. A far tempo dall'ottobre 1955 è stato eliminato il
settore rosso per segnalare le secche di Ugento e sistemato, allo scopo,
presso il Semaforo un apposito fanale per esterni. Nell'ottobre 1961 il
fuoco è stato riportato al Faro e sistemato sulla galleria alla sommità
della torre, lato Ovest. Nel maggio 1984 quest'ultimo segnalamento è stato
potenziato ed automatizzato. Uno dei fanalisti, il più giovane, entrato in
servizio di recente, è il nostro concittadino sig. Antonio Maggio al
quale, con il proprio entusiasmo e la profonda competenza, ben si attaglia
la romantica, solitaria e mitica figura del guardiano del faro. Una
citazione merita pure il "Semaforo" posto su una collina in località
Scaledde. Si tratta di una importante struttura di segnalazione che ospita
anche una nota stazione meteorologica gestita dall'Aeronautica militare.
La Torre
Si tratta della Torre Vecchia dell'Omomorto,
voluta da Andrea Gonzaga di Alessano come difesa dalle tante incursioni
dei turchi e dei pirati, di proprietà privata, 11 m. sul livello del mare.
Costruzione cinquecentesca, armamento consistente in un pezzo di
artiglieria della portata di 2 libbre di palla. Fu ricostruita alla metà
del seicento. Versa in uno stato di conservazione pessimo, meriterebbe il
recupero.
Le Ville
Incastonate nel verde dei loro giardini alcune
ville di Leuca con i loro nomi esotici e fantasiosi... La Meridiana del
1874 è proprietà dei Caroli, dei Misteri del 1880 con bagnarola sul mare,
Regno Ottomano, La Navata, Fuortes del 1880, Mellacqua del 1876 (detta dai locali Lu cummò capisutta, cioè comò rovesciato per la sua forma particolare), Daniele
del 1880, De Francesco - Licci del 1881, Arditi con la piccola cappella
costruita nel 1857, unico luogo di culto dove i pescatori santificavano le
feste; versa in uno stato di conservazione buono, e' fruibile su
appuntamento, Pia del 1898, Sauli, Episcopio del 1881, Maruccia del 1878
(molte di esse progettate dall'ing. Giuseppe Ruggieri).
Verso l'ampio lungomare fiorito di oleandri, scendono a gradini i giardini
di queste ville padronali, quasi tutte di gusto liberty, misto a motivi
moreschi, con le losanghe policrome, le torrette, i gazebi turcheschi.
Alcune di esse sono chiuse, ma il fascino sottile e malinconico che
esercitano su di noi fa parte della particolare atmosfera di questo nostro
paese definito la "Portici del Capo", in cui si ritrova un tipo di
ospitalità di altri tempi.
La costruzione delle Ville, progettate quasi tutte dagli ingegneri
Ruggieri e Rossi, si è avuta nel secolo scorso, fatta eccezione per la
Villa Romasi edificata alla fine del '700. Di queste, alcune furono
realizzate prima, altre dopo il "piano di Quotizzazione" del 1878. Tali
edifici, che suscitano "impressioni da rapimento estetico, dovevano
necessariamente avere uno sbocco sulla spiaggia, motivo per cui, in un
primo momento, i proprietari, avendo l'accesso diretto sul mare, si sono
costruite le "Bagnarole", cabine riservate, per godersi un bagno lontano
da sguardi indiscreti e per avere un'autonomia di spazio.
Successivamente è nata la strada carrozzabile che divideva le ville dalla
scogliera con un marciapiede che dava la possibilità di camminare
indisturbati e godersi il panorama incantevole delle ville civettuole e
variegate per gli stili "dall'architettura più strana ed inverosimile del
mondo".
Esse erano affidate in custodia ad inservienti al seguito delle nobili famiglie, quasi tutti originari di Castrignano del Capo, così come i primi pescatori che cominciarono ad abitarvi stabilmente dando così origine agli attuali abitanti, tutti loro discendenti. (La prima residente, nel 1883, è stata Donata Schina, la mammana di Leuca, nonna di Ugo Galati, attuale vice presidente della Pro Loco).
A Leuca, essendo stato costituito il centro UNRRO (United Nations Refugees Resettlement Organization) nel gennaio del 1944, le ville vennero occupate da una babele di genti e di razze, profughi che arrivarono già rapati a zero e disinfettati. Si trattava di ex internati ebrei, jugoslavi, greci provenienti da diversi campi di internamento fascisti disseminati nell’Italia meridionale, e per i seguaci di Tito, militari e civili, tra cui molti ebrei in fuga dall’altra sponda dalle violenze degli uomini di Hitler. In pochi giorni ne giunsero quasi 4000, che danneggiarono gli affreschi e gli arredi. Solo tre anni dopo le ville tornarono ai legittimi proprietari quando gli occupanti vennero trasferiti all'estero ed in alcuni campi profughi italiani tra cui quello di Bari e quello di via della Scala a Firenze. Per molto tempo, le ville sono rimaste in abbandono e nell’incuria generale. Ma negli ultimi anni molte sono state ristrutturate e sono ritornate al loro antico splendore, proprio come un secolo fa.
Il Lungomare
Il lungomare "Cristoforo Colombo" di Leuca è certamente uno
dei migliori della Puglia. La sua singolarità e bellezza deriva da un
insieme di elementi che fanno della passeggiata "una meraviglia di natura
e d'arte".
Sorto alla fine dell'Ottocento su progetto dell'ing. Achille Rossi, lo
stesso che progettò la costruzione del faro, ha avuto una sua storia
singolare circa la completa realizzazione. Attualmente il lungomare, che
va dalla Lega Navale fino alla Torre dell'Omomorto, è lungo I km. La sua
storia centenaria è ricca di episodi che toccano non solo la crescita ma
anche la stessa funzionalità.
Atti burocratici , eventi bellici, calamità atmosferiche, manifestazioni
sportive, sommosse popolari, piantagioni di alberi, concessioni edilizie,
abusi pubblicitari, utilizzi commerciali, sono alcuni dei tanti elementi
che hanno caratterizzato l'identità del lungomare.
Le varie foto e i documenti, evidenziano, in modo significativo, i momenti
dell'evoluzione e cioè:
l'aspetto originario, la grandezza del marciapiede, le colonnine che
delimitavano la zona del passeggio sulla scogliera, i primi pali della
luce, la rotonda e la bella e libera visuale sul mare interrotta da quei
monumenti che attualmente costituiscono una rarità storica: le bagnarole.
Sulla base dei vari periodi che hanno caratterizzato lo sviluppo del
lungomare, possiamo distinguere diverse fasi di realizzazione e di
attuazione funzionale della lunga "passeggiata".
La prima fase è costituita dal tratto di strada che va dalla lega navale
fino alla discesa di via Siena, incrocio col lungomare.
La seconda fase è costituita dalla costruzione fino all'attuale Lido
Azzurro.
La terza fase dal Lido Azzurro fino alla Torre dell'Omomorto.Possiamo dire che ci sono voluti più di cent'anni per avere un lungomare
completo così com'è attualmente e cioè dalla seconda metà dell'800 (ing.
Achille Rossi) fino alla seconda metà del '900 (Ing. Vito Fersini, 1977).
Una crescita, lenta, asfittica con episodi che hanno interessato la zona
per motivi bellici (escavazioni vicino al lungomare per impedire eventuali
sbarchi di americani nella seconda guerra mondiale) per destinazioni
militari (hangar situati nella zona della spiaggia grande destinati per
proteggere gli aeroplani) per depositi di materiale di risulta (ultimo
tratto del lungomare) e per fatti burocratici dovuti a conflitti e
intrighi politici e a poca competenza amministrativa.
Oggi, come si presenta il lungomare? Dobbiamo dire se c'è a Leuca un
lungomare. È rimasto solo il NOME; c'è poco da evidenziare, parla da sé.
Alberi divelti, palme seccate e senza forma, buche vuote, zone riservate,
angoli di deposito, spazi destinati per bancarelle, insomma c'è di tutto,
è un BAZAR. Intanto diciamo che il lungomare è nato per il passeggio. Non
si aggiunge altro. Gli amministratori sanno bene che ogni costruzione ha
una sua funzione specifica, per cui ogni altra destinazione per usi i più
svariati non diciamo che è antilegale (la legge è ormai superata) ma è
antipopolare, perché il lungomare è di tutti.
Occorre sensibilità, gusto e attaccamento ad un luogo così incantevole che
rischia di perdere la sua originaria bellezza.
(A. Corrado Morciano).
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