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Leucàsia
(Tra storia e leggenda)

 

Il mare quel giorno era piatto. Eolo, dio dei venti, oziava, ed Apollo passeggiava senza fretta su nel cielo scrutando la terra dal suo cocchio di luce.
Leucàsia, distesa nuda sulla spiaggia, prendeva il sole tenendo il corpo in parte immerso nell'acqua. Abbandonata in un languido dormiveglia, cercava refrigerio. Non pensava a nulla e non aveva nulla da fare. Infatti all'orizzonte non appariva una nave, una vela, né si sentiva battere un remo. Qualche gabbiano impigrito dall'afa svolazzava così, senza meta. Tutt'attorno silenzio, pace, tranquillità.
Quando il sole ebbe superato la metà del suo viaggio quotidiano e la calura aveva diffuso una bruma di vapori sulla superficie del mare, la pigrizia mentale di Leucàsia fu come destata da un sibilo lontano, da un suono non ignoto, ma arcano.
"Sarà il vento, - pensò - era ora che Eolo si decidesse a mandarmi Zefiro per portarmi un po' di fresco."
Ma l'aria restò immota come prima, ed il carro di Apollo non aveva ancora raggiunto la dimora di Eolo a ponente per indurlo a liberare Zefiro.
Il sibilo divenne più distinto, era un suono che acquistava d'intensità man mano che si avvicinava.
"Chi suona la siringa così dolcemente?" - si chiese Leucàsia lasciandosi scivolare nell'acqua per osservare tutta la costa con le sue rapide scogliere e le piccole insenature coperte di ciottoli e sabbia.
L'attesa non fu lunga e la curiosità fu presto soddisfatta: proprio sopra una grotta in cui erano soliti fare sacrifici agli dèi i naviganti che approdavano sani e salvi su quelle rive, si affacciò un giovanetto.
"Non è un fauno, solo un pastorello" - pensò Leucàsia.
Il pastore si sedette sullo spuntone roccioso e continuò a suonare. Quel suono melodioso e struggente entrò subito in sintonia con lo stato d'animo malinconico di Leucàsia.
Il pastore, ignaro degli effetti della sua musica, continuò a suonare con trasporto crescente. Nonostante il caldo soffocante, era vestito di pelli, sulla testa aveva un copricapo che lo riparava dal sole, mentre i piedi scalzi ciondolavano nel vuoto.
Attorno, le sue pecore brucavano, sporgendosi pericolosamente per addentare i ciuffi che coronavano il ciglio.
Leucàsia fu colta da una voglia irrefrenabile di far suo quel pastone e cominciò a cantare.
Il canto salì dal mare e si accordò col suono di quel flauto di canne, poi cercò di averne il sopravvento per essere sentito dall'inconsapevole flautista. Ma il pastore era troppo preso dai suoi pensieri e dal suono della sua siringa per sentire l'accompagnamento del canto suadente di Leucàsia. Leucàsia perciò dovette rinunciare e cominciò a chiamare. Dopo un po' il pastore, come disturbato, smise di suonare e tacque in ascolto.
- Ehi tu, pastorello! - gridò Leucàsia. Il pastore si voltò verso terra carezzando il vello lanoso di un agnello. - Sono qui! -gridò ancora Leucàsia.
Stavolta il pastore si voltò verso il mare e vide finalmente laggiù una mano agitarsi in saluto. Era una donna la cui lunga chioma riluceva come oro ai riflessi del sole.
- Chi sei? - chiese il pastore incuriosito da quell'insolita chioma.
- Mi chiamo Leucàsia, e questo è il mio mare, e tu? -
- Mi chiamo Melisso, e questa è la mia terra - ribatté il pastore un pò seccato ma anche incuriosito.
"Come si può possedere il mare, - pensò - come si fa a segnarne i confini, a spartirlo?"
- Melisso, perché non vieni qui anche tu a trovare refrigerio insieme a me? - lo invitò lei con la sua voce cristallina. Con quel caldo l'idea era allettante, ma: - Non posso lasciare il gregge - rispose Melisso. - Non ti preoccupare! Ti rinfreschi un po' e poi te ne torni al tuo gregge! - lo rassicurò la voce dal mare.
Melisso si lasciò convincere volentieri. Trovò un passaggio tra le rocce e, saltando con l'agilità di una capretta, arrivò in un baleno sulla spiaggia.
-Vieni Melisso, sbrigati! - lo chiamò con seducente premura la voce venendogli incontro. Mentre si spogliava delle pelli Melisso diede uno sguardo in mare e la vide, bella, con quella lunga chioma bionda che ricadendo sulle spalle scivolava fino ai fianchi sinuosi scoprendo seni che mostravano tutta la loro prorompente fascinazione.
A quel punto il pastore, ormai seminudo, si fermò.
- Perché sei nuda? - chiese imbarazzato.
- Perché il mare mi carezzi la pelle! - rispose lei aprendo i capelli a ventaglio e scoprendo ancor di più il seno.
- E non hai pudore a farti vedere così? -
- Perché nascondere ciò che è bello e la cui sola vista rende felici gli uomini? E poi, il mare mantiene i suoi segreti.
- Il pastore sembrò convinto ed entrò in acqua. Leucàsia gli si avvicinò con uno sguardo ammaliante. Gli occhi azzurri di lei parevano confondersi col mare, ma avevano una luce strana che il mare non possedeva. Era una luce fredda, e quello sguardo così gelido fece rabbrividire Melisso che, diffidente e vergognoso, distolse lo sguardo ed indietreggiò verso la riva.
- Perché fuggi? hai paura? - gli chiese.
- No! - rispose lui mostrando sicurezza per farsi coraggio.
- Hai paura di abbracciarmi? - disse lei avanzando ed allungando le braccia sulle spalle di lui. - No! ma... tremò lui eccitato ma ormai bloccato.
- Che spalle forti hai! - gli disse carezzandole con le sue mani fredde. Lui rabbrividì.
- Forse è la prima volta...? - gli sorrise lei.
- Si... no! Ma... cercò di prendere coraggio il pastorello.
- Hai paura dell'amore? - lo carezzò ancora.
- No! - disse lui.
- Allora abbracciami, amami! -
- No!...- si ritrasse.
- Su prendimi, sono tua! ti farò conoscere il mistero della vita... - cercò di tranquillizzarlo lei.
- No! - indietreggiò ancor di più lui, liberandosi finalmente da quelle mani stranamente fredde.
Ti darò l'amore e sarò tua per sempre, Melisso! - tentò ancora lei.
- No! No! No! - gridò lui uscendo di corsa dall'acqua.
- Perché? - chiese lei incredula, mantenendo tuttavia una calma dolce, convinta che quella fosse l'arma migliore per infondergli sicurezza e conquistarlo.
Lui tacque e, per tutta risposta, si rivestì frettolosamente senza neppure asciugarsi.
- Forse non ti piaccio? gli chiese lei ergendo tutto il busto fuori dall'acqua che ormai a stento le copriva l'inguine.
Melisso non poteva restare indifferente a quella visione. Con gli occhi sbarrati restò a guardare quel corpo statuario, quelle curve perfette, quell'ombelico delicato, quella pelle bianca come il latte.
- Com'è bianca la tua pelle! - esclamò Melisso.
- Infatti mi chiamo Leucàsia... ma vieni a carezzarla! - lo invitò. Il dito di Leucàsia carezzò il seno, poi scivolò lungo il fianco fino all'anca.
Melisso, come stregato, fece un passo verso l'acqua. Ma si fermò di colpo.
- Non posso! - borbottò scuotendo la testa più per convincere se stesso che la donna.
Perché? - chiese lei indispettita da tanta insolita resistenza. Mai un uomo le aveva resistito tanto." Questo giovincello invece ..." - pensò.
- Non posso e basta! - s'impuntò lui ormai padrone della sua volontà. E tornò indietro.
Non vuoi conoscere le gioie dell'amore? - chiese lei perplessa.
- L'amore! l'amore! - sbottò infine lui sfogandosi con rabbia, - è proprio per questo, per amore. Io amo, si, amo una fanciulla, una bellissima fanciulla. Lei sarà mia ed io sarò suo per sempre! - concluse lui.
- Ah sì? - fece Leucàsia nascondendo dietro ad un mellifluo sorriso di accondiscendenza la furia rabbiosa che si era impossessata di lei. - Tutto qui? Potevi dirmelo subito, no? Ma dimmi. come si chiama questa fortunata fanciulla? -
- Arìstula! - rispose lui addolcendo il tono nel pronunciare quel nome amato.
Arìstula? - chiese lei, ripetendo incuriosita quello strano nome.
- Sì, infatti è figlia di una nobile famiglia di Veretu. Sapessi com'è bella! - si rianimò Melisso facendosi trascinare dai sentimenti - Purtroppo ci dobbiamo vedere di nascosto perché se i suoi sapessero che la loro figlia ama un pastore...-
- L'importante è volersi bene! Comunque auguri ad entrambi. -
- Grazie Leucàsia ma ora scusami devo tornare al mio gregge. Spero che non ti sia offesa. Lo sai... sei una donna... bellissima, stupenda... ma... io amo lei...- e così dicendo arrossì, raccattò le sue cose e se ne andò risalendo con la stessa agilità quelle rocce da cui era sceso.
Leucàsia mantenne una calma serafica, ma la sua anima, umiliata da quel giovincello che aveva osato resisterle, meditava vendetta.
- Torna a trovarmi qualche volta! gli gridò - Magari con la tua Arìstula, così me la fai conoscere e ci bagniamo insieme! -
- Non lo so... vedremo...- rispose Melisso ormai tornato tra le sue pecore e contento che lei non sembrasse offesa dal suo rifiuto.
Leucàsia tornò nella grotta dove era solita riposare in attesa di dilettare con la sua splendida voce i marinai delle navi che doppiavano il promontorio.
La sua grotta in verità pareva un tempio costruito dal mare: due possenti pilastri reggevano una volta di pietra che, aperta da tre archi, costituiva una costruzione con tre porte che affacciavano sul mare come una veranda Da lì si potevano avvistare anche le navi più lontane. Ma quel giorno la bruma era più densa del solito e non si vedeva nulla, inoltre, il caldo non dava tregua. Così Leucàsia si addormentò.
Passavano i giorni e Leucàsia continuava la sua vita nuotando tra gli anfratti della scogliera, le numerose grotte che si aprivano tutt'intorno al promontorio, ora enormi come bocche sorprese durante uno sbadiglio, ora come stretti sifoni davanti a cui gorgogliava il mare.
Le piaceva anche immergersi e scendere in profondità per godere dei colori delle alghe e dei pesci, dei ricci e degli ippocampi, dei precipizi vertiginosi e degli archi, lo spettacolo desolante dei relitti di navi e barche affondate durante le tempeste, dei gorghi e delle correnti cui solo lei sapeva resistere. Conosceva quel suo mare a fondo, e provava un sottile piacere nel constatare che tutta quella bellezza le apparteneva. Non avrebbe mai permesso a nessuno di rubargliela o distruggerla.
Ai naviganti di passaggio cantava struggenti canzoni d'amore, ma la melodia che più li incantava era il "Canto di Medea e Giasone" che narrava la leggenda del promontorio ausonico dove Leucàsia viveva:

 

Perché fuggì Giasone\ dal letto della sposa \ Medea maga gelosa \ furiosa l 'inseguì
E' il Fato che comanda \ l'amore rende schiavi \ ma è la gelosia \ che uccide anche me
Perché sgozzò Medea \ i figli di Giasone \ a pezzi come agnelli \ in mare li gettò E' il fato che... Perché urlò Giasone\ il suo dolore vano \ amore o gelosia \ Medea si vendicò
Pietà ebbe la dèa \ dei figli di Giasone \ quei corpi fatti a pezzi \ in scogli trasformò
A che servì Giasone \ la gloria e il vello d'oro \ se i figli tuoi Medea \ in mare li gettò

 

La melodia che accompagnava questi versi aveva una dolcezza triste, una malinconia rassegnata che parevano velare la tragedia e parevano dare alla crudeltà una parvenza di normalità.
Il tono ora elegiaco, ora epico, ora drammatico trascinava gli animi semplici dei marinai dalla nostalgia per la donna lontana alla paura del tradimento, dal dubbio alla certezza della rabbia gelosa, alla furia omicida ed infine alla follia.
E poi, quella voce, la voce di Leucàsia che riusciva, come per incanto, a far vibrare tutte le corde dell'animo, ad entrare in consonanza non solo coi cuori adusi alla sofferenza, ma persino a quelli più insensibili e duri. Quella voce che insinuava il dubbio nei sentimenti più certi pareva l' unica a poter consolare tanta improvvisa disperazione.
Come poteva un uomo resistere alla seduzione della sua voce, alla malia dei suoi occhi, alla bellezza del suo corpo?
Col passare del tempo nella sua mente il ricordo di Melisso, il pastorello che aveva così sdegnosamente rifiutato le sue grazie, andava via via offuscandosi. Solo di tanto in tanto esso tornava prepotentemente a farsi sentire insieme ad un astio profondo che non voleva essere cancellato dal più intimo del suo cuore.
A volte si convinceva che tanto odio fosse frutto di gelosia, pensava a quella fanciulla di cui non ricordava neppure il nome, e, chissà perché, nonostante sapesse che era di nobile famiglia, la immaginava brutta, rozza, quando non sporca e puzzolente.
E lei, la donna più bella del luogo, col suo profumo di mare, la sua grazia divina, il suo fascino irresistibile, era stata respinta a causa di quella insignificante fanciulla.
Quando però ai suoi occhi ricompariva l'immagine di Melisso, quel giovanetto così bello e forte, un nodo le serrava la gola e si sforzava di respingere quel flusso di passione che la faceva rabbrividire. Non volendo confessare a se stessa i suoi veri sentimenti, li celava dietro un odio feroce e vendicativo.
Quando poi pensava a quanto fosse facile sedurre i marinai, a quanto i pastori fossero sempre disposti ad infrangere la loro solitudine e ad abbandonarsi tra le sue braccia, non riusciva a capacitarsi per l'umiliazione subita:
"Solo Melisso mi ha respinto! Un giorno pagherà!"
Quel giorno parve venire quando Leucàsia, durante una delle sue solite nuotate lungo la costa, imboccò la stretta insenatura in cui, tra alte canne, sfociavano, fresche e docili, le dolci acque di un ruscello.
Su uno spuntone di roccia vide due corpi nudi avvinghiati in un abbraccio appassionato, incuriosita si avvicinò per spiare la coppia. e, quando fu abbastanza vicina per distinguere i loro volti, ne riconobbe uno.
Il suo cuore ebbe un sussulto, riconobbe quelle spalle robuste che aveva accarezzato con passione… "Melisso!" - pensò - "e quella dovrebbe essere … come si chiamava… Fìstola... Cìstula… Rìstula... insomma qualcosa del genere!"
Una rabbia feroce le squassò il petto, un lampo d'ira le attraversò gli occhi, una parola le diede alla testa: Vendetta!
Aveva spesso pensato a come avrebbe compiuto la sua vendetta, ma ora che le si presentava l'occasione tanto desiderata quanto inattesa, ebbe un attimo di panico.
Sentimenti e desideri sopiti si confusero all'astio. Poi si riebbe pensando che se fosse venuto da solo e le avesse ceduto forse lo avrebbe perdonato, ma ora che era lì con quella ragazzina insignificante quasi a farle dispetto, il suo orgoglio doppiamente ferito reclamava soddisfazione, ed agì d'istinto.
No, stavolta, per sedurre non avrebbe cantato, né si sarebbe mostrata. Melisso aveva già dimostrato di saperle resistere. Stavolta avrebbe chiamato in soccorso Poseidone ed Eolo, e per Melisso e la sua …Rìstula sarebbe stata la fine.
Provava un inverecondo piacere al solo pensiero, un piacere nuovo per lei abituata ad altri piaceri.
Gonfiò i polmoni e cominciò a soffiare. Il suo potente fiato scosse le canne e fece rabbrividire i due amanti senza tuttavia distoglierli dalle loro effusioni. A questo punto cominciò ad agitare le acque del mare menando possenti colpi con la sua coda. Ben presto le onde si infransero sugli scogli bagnando i due amanti. Melisso ed Arìstula guardarono il mare e cercarono di ricoprirsi perché, bagnati com'erano e per di più assaliti da un forte vento, cominciavano a tremare di freddo. Aristula gridò:
- Guarda là! Una donna... sta annegando! -
- Ma è Leucàsia, cosa fa in mare con questo tempo? E' pazza? -la riconobbe Melisso e cominciò a gridarle:
- Leucàsia! Leucàsia! Torna a riva! Salvati! -
- Pensa per te e per il tuo... 'amore', pastorello! - gli gridò lei ridacchiando con un ghigno crudele e marcando con sarcasmo la parola "amore".
Quel riso lasciò i due perplessi, ma quando Melisso s'avvide che un enorme coda di pesce si agitava con potenza attorno a Leucàsia, di nuovo gridò:
- Attenta! Un pescecane! Fuggi! -
- Ah, Ah, Ah, - fu la risposta di lei - vieni a farmi compagnia, sciocco! - e così dicendo con un colpo di coda gli lanciò addosso una grossa ondata. Melisso, colto alla sprovvista, si sbilanciò, barcollò gridando ad Arìstula: - Attenta, è una sirena! - ma lo aveva capito troppo tardi. Riuscì ad afferrare la mano di Arìstula che ormai gridava terrorizzata, ma fu inutile, anzi peggio, perché cadendo, Melisso trascinò con se anche la fanciulla.
Una volta in acqua i due cercarono di riguadagnare la riva. Ma Leucàsia era loro addosso e li investiva di flutti che, dopo averli sbattuti contro gli scogli, li risucchiavano al largo.
Melisso gridava ad Arìstula di non lasciare la presa della sua mano. Lei gridava al vento tutto il suo terrore invocando tra un'ondata e l'altra:
- Melisso… aiuto... non lasciarmi… non voglio morire...- e beveva!
Melisso cercò di salvare la vita almeno ad Arìstula. Ma ogni suo sforzo fu vano, perché ben presto la furia delle onde scatenate dalla sirena ebbe ragione della loro resistenza. I due amanti. dopo essere stati ripetutamente sbattuti contro le rocce, grondavano sangue ed erano ormai mezzo svenuti per il dolore, il panico, la stanchezza e l'acqua bevuta. Le loro forze li abbandonarono, e le loro mani, serrate invano in una morsa disperata, si sciolsero come meduse al sole.
I loro corpi, ormai senza vita, furono sbattuti qua e là da vortici e correnti. Separati, allontanati in opposte direzioni dall'abile regia distruttrice della sirena, andarono a schiantarsi sugli scogli delle estremità opposte dell'ampia baia.
Lì, per giorni e giorni, i loro corpi, sfracellati ed ormai irriconoscibili, giacquero al sole, al vento ed agli avvoltoi.
La vendetta di Leucàsia era compiuta, ma la sirena, non contenta, lanciò una maledizione:
- L'uomo non osi unire quel che ho diviso. -
Ma Pallade Athena, che aveva assistito incredula alla crudele vendetta della sirena dall'alto del tempio troneggiante sulla punta del promontorio ove giacevano le ossa di Melisso, fu presa da pietà e decise di pietrificare i corpi dei due sfortunati amanti affinché il loro ricordo non potesse mai perire, e affinché Arìstula e Melisso, pur non potendosi mai più riabbracciare, potessero almeno guardarsi in eterno.
I pastori e gli abitanti di Veretu cercarono invano i corpi di Arìstula e Melisso, e quando seppero qual'era stata la loro sorte dalla bocca della stessa sirena che se ne vantava con tutti, decisero di chiamar coi loro nomi le due punte del promontorio japigio, a perenne memoria di quei corpi pietrificati per sempre, l'uno di fronte all'altro, ad abbracciare il mare.
Ed ogni volta che l'Euro o lo Zeffiro fischiano tra quegli scogli, portano con se le voci dei due amanti che si chiamano e si scambiano sospiri disperati.
Leucàsia seguitò ad incantare i naviganti col suo canto riempiendo le scogliere della baia delle ossa dei naufraghi. Ed il biancore delle ossa rendeva il luogo spettrale.
Ma il rimorso per quella inutile vendetta, la tortura quotidiana del dialogo dei due amanti pietrificati, la persecuzione di Pallade Athena, gli insulti dei pastori, portarono ben presto Leucàsia alla disperazione.
Un giorno, infatti, si gettò dalla grotta su cui era apparso la prima volta Melisso, e si sfracellò sugli scogli sottostanti.
E lì restò, anche lei pietrificata, ad ascoltare in eterno la tortura del canto dei due fanciulli.
Il tempo cambia gli uomini, trasforma la leggenda in storia e la storia in leggenda. Tutto si confonde nell'oblio che cancella dettagli e sfumature. Ma resta sempre qualche traccia: il nome della bianca sirena Leucàsia sopravvive nel bianco paese di Leuca. Il tempio di Athena Minerva è divenuto un santuario cristiano. Punta Ristola e Punta Meliso ricordano i nomi dei due infelici amanti, le cui voci, contese dal mare e dal vento, si mescolano ormai a quelle dei turisti.
E' così che un inferno è diventato un paradiso.

Da Carlo Stasi, "Leucàsia (storie, leggende, poesie e disegni)" - (Ed. Leucasia Presicce 1992, 1996, 2001)

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