Perle del Salento © 2013 | Disclaimer

lu sule, lu mare, lu vientu

La Pizzica

Georges Lapassade, nel 1981 in una intervista, diceva: "Il tarantismo è insieme esorcismo e adorcismo. E' un modo ritualizzato di espungere da sé il negativo, ma è anche qualcosa che muove - come troviamo in molte culture pagane - dall'esigenza di integrare il male. Il tarantato si fa intermediario dell'alterità, di un modo interiore che appare popolato di tante voci diverse, fuori da un ordine permanente gerarchico. Entra in una dimensione di mezzo, per cui diventa come lo spazio e la voce dell'alterità, della diversità, di una divinità che parla molte lingue".


Il tarantato danza e canta, e il canto è un dialogo con la divinità (S. Paolo, la Madonna), un dialogo diretto in cui il tarantato svolge un ruolo privilegiato rispetto agli astanti, divenendo quasi un semidio o uno sciamano. Sempre nell'intervista citata, Lapassade sosteneva che il tarantismo è parente del coribantismo e non del dionismo, in quanto se il secondo incarna valori positivi di riunione del diverso in unità, di concordanza degli opposti, il primo incarna la diversità, il contrasto, la dissonanza, il rumore.


Come nel coribantismo ogni dio rappresenta un mondo di valori e percettivo peculiare che richiama colori e suoni particolari, così il tarantato si rapporta ad un "ragno" che risponde ad un certo nome (viene comunicato dalla taranta stessa nel corso del rito), che preferisce alcuni colori ed un certo ritmo musicale.


Durante il rito il coreuta danza, seguendo una coreografia inventata al momento (la taranta lo guida e gli fa "tessere" la danza), secondo un ritmo particolare (e non altri) e si circonda dei colori che preferisce la sua taranta.