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Cunti, culacchi e proverbi nella tradizione popolare
La tradizione orale della cultura popolare castrignanese è ricca di manifestazioni ed espressioni culturali, e tutte molto significative per comprendere gli usi, i costumi e il modo di vivere dei nostri progenitori. Di queste espressioni, li cunti, li culacchi e li proverbi erano senz'altro quelle che rivestivano maggiore importanza nel tramandare le conoscenze e certi valori morali di quella società e nella formazione delle nuove generazioni.
Li cunti possiamo considerarli l'equivalente delle favole e delle fiabe della cultura scritta, ed erano rivolti principalmente ad un pubblico infantile.
Li culacchi, che spesso traevano spunto da fatti di cronaca quotidiana, possiamo paragonarli invece alle barzellette attuali ed erano rivolti ad un pubblico più vasto.
I proverbi non hanno degli equivalenti nella cultura contemporanea, ma per i nostri progenitori costituivano un vero e proprio manuale di vita, delle istruzioni per l'uso da utilizzare nelle più svariate situazioni che capitavano nella vita. C'era sempre un proverbio al quale ricorrere, e dal quale si poteva ricavare il suggerimento giusto sul comportamento o sulla scelta da adottare in determinate circostanze. I proverbi rappresentavano la sintesi delle conoscenze e delle esperienze collettive, macerate in secoli di storia e distillate nell'alambicco della saggezza popolare. Il linguaggio semplice e accattivante, una trama coinvolgente e intrigante, piena di colpi di scena, e soprattutto un buon narratore, rendevano, cunti e culacchi, protagonisti indiscussi dei momenti di intrattenimento collettivi e vettori di comunicazione veramente formidabili.
Li cunti
Portatori di valori morali, riprendevano in larga parte i temi dominanti nella favolistica della tradizione occidentale. L'eterna lotta tra il bene e il male; la principessa o la bella prigioniera di sortilegi; il piccolo che sconfigge l'orco cattivo; l'umanizzazione del mondo degli animali; l'arguzia che sconfigge la prepotenza e la furberia; la presa in giro, anche feroce, della creduloneria popolare e tanti altri temi che vengono adattati alla cultura e all'ambiente nostrano, molte volte con elaborazioni e interpretazioni originalissime e molto efficaci. I momenti dedicati alla narrazione e alla rappresentazione erano quelle interminabili serate invernali trascorse in casa senza televisione e senza radio. Le famiglie si riunivano nelle case dei nonni materni o paterni, oppure si raggruppavano nelle case delle comari del vicinato.
Le donne tessevano al telaio, lavoravano alla maglia, rammendavano, facevano la pasta, preparavano il lievito per il pane; gli uomini andavano in piazza; il nonno di turno teneva a bada i bambini per impedire che si azzuffassero fra di loro o che dessero fastidio alle donne che lavoravano. Il miglior modo, più intelligente ed efficace, era quello di incantarli con le favole. Seduti intorno al braciere o sotto al grande camino, i bambini ascoltavano con molta attenzione e partecipazione li cunti de lu nonnu (i racconti del nonno). I personaggi e le loro avventure avrebbero avuto un ruolo importante nella loro formazione, stimolandone la fantasia e animando i loro sogni notturni. Se il narratore era efficace, la rappresentazione durava ore, raccontando e ripetendo i vari cunti su sollecitazione dei bambini. E quando arrivava il momento di andare a letto, per chiudere la narrazione senza infrangere l'atmosfera magica che era riuscito a creare, era costretto a ricorrere a qualche stratagemma. Alla continua sollecitazione di nn'otru cuntu (un altro racconto) , da parte dei bambini più grandi, il più delle volte recitava una filastrocca che sembrava l'inizio di un'altra storia.
Nc'era nna vota,…nna catta nchiata,…ca se bbinchiò de pulisciata,…voi te lu cuntu nn'autra fiata? C'era una volta, …una gatta gonfia, ...perché si era saziata di semolino, …vuoi che te la racconti un'altra volta?
Dopo essere stato costretto a ripeterla più volte, perché i bambini non si rassegnavano facilmente all'idea che lo spettacolo fosse finito, intervenivano i genitori che, avendo ultimato le loro faccende, comunicavano loro che era giunta l'ora di andare a nanna.
Li culacchi
Insieme ai pettegolezzi paesani tenevano banco invece nelle pause di lavoro, durante le attività lavorative leggere, durante gli incontri conviviali, nelle veglie notturne dei morti, e soprattutto durante le calde e afose notti d'estate. Lungo le strade, la gente si riuniva in capannelli più o meno numerosi, si sedeva, anche per terra, e per ore si raccontavano a turno i fatti di cronaca paesana, gli avvenimenti più significativi della giornata e culacchi di tutti i generi, fino a quando non arrivava quel "freschetto" notturno che permetteva di andare a letto con qualche probabilità di dormire.
Bambini e ragazzi sporadicamente partecipavano a queste riunioni, perché troppo impegnati nei loro giuochi che si svolgevano per la strada (lu papore, li maluni, a trentunu, lu scursune, incantesimu, sarta pinnicchie, a zumpareddhu, a cucchiaparite ed altri). Cunti, culacchi e proverbi sono sicuramente tra le più significative espressioni culturali della nostra tradizione, e varrà la pena fare delle ricerche e approfondire il tema, anche se le difficoltà sono veramente notevoli. Verso la fine di questa pubblicazione vi propongo alcuni proverbi mentre qui riporto la trama de lu cuntu dal titolo Lu Diavulu e Santu Nicola.
Si tratta di un racconto breve tra fiaba e favola, il cui tema centrale è l'eterna lotta tra il bene e il male. San Nicola (già protettore di Castrignano del Capo) con la sua arguzia riesce a dare una sonora lezione al diavolo.
L'azione si svolge nelle nostre campagne. Il diavolo, utilizzando la parte più degenere della società, porta avanti il suo progetto di impadronirsi delle coscienze degli uomini della Terra. San Nicola, per impedire che portasse a termine quel suo intento e per ricondurre all'ovile le pecorelle smarrite, non esita ad usare le maniere forti. Quando un giorno il diavolo e San Nicola si ritrovano di fronte, lo scontro è inevitabile e, cavallerescamente, decidono di regolare i conti battendosi in duello. Confidando nella sua forza fisica, il diavolo è convinto di vincere. San Nicola, in evidente difficoltà, con uno stratagemma riesce, invece, a batterlo.
Purgianelli
In tema di tradizioni non va dimenticato il Carnevale con i caratteristici "purgianelli", giovani vestiti completamente di bianco e mascherati, con in testa un cono costruito con le canne e addobbato con pennacchi e centinaia di nastrini di carta colorata a formare una bellissima variopinta criniera al vento; essi scorazzano per il paese ad inseguire le ragazze che si avventurano per strada e le inondano di coriandoli ma talvolta anche di crusca.
La Caremma
A Carnevale ormai finito, con il mercoledì delle Ceneri inizia la Quaresima, il periodo di quaranta giorni prima della Pasqua. Nel tempo passato nel nostro paese ed in quelli della "Grecìa salentina", all'inizio della Quaresima, nei primissimi minuti del mercoledì delle Ceneri, faceva la sua triste comparsa, sulle terrazze della case, la Caremma, un fantoccio di paglia con gli abiti neri o scuri da vecchia che raffigurava una donna brutta e sdentata.
La Caremma, così detta nel nostro dialetto, equivalente al termine Quaresima, aveva in mano la "cunucchia e lu fusu" e nell'altra una patata o un'arancia in cui erano conficcate sette penne di gallina, una per ogni settimana della Quaresima. Ogni settimana se ne toglieva una, l'ultima penna veniva sfilata a Pasqua, quando finalmente il fantoccio veniva bruciato tra l'allegria di tutti.
La Caremma ha un legame con la mitologia greca classica e rappresenterebbe una delle tre Parche, Cloto, che teneva in mano la conocchia e filava il destino degli uomini. La nonna, che racconta sempre tante cose del passato, spiega che la Caremma serviva a ricordare ai cristiani che la Chiesa stava vivendo un periodo di penitenza e di lutto, per cui le feste ed i godimenti dovevano essere eliminati e si dovevano affrontare giorni di digiuno e di sacrificio, dopo la festa e la baldoria del Carnevale. Era inoltre un rudimentale calendario per mezzo del quale si teneva il conto delle settimane prima di Pasqua.
Quella della Caremma è un'usanza ormai quasi del tutto scomparsa da noi, ma l'anno scorso qualcuna se ne è vista! I nostri ragazzi dovrebbero cercare di scoprire e conoscere, e quindi raccontare agli altri, tante altre di queste tradizioni dei nostri paesi e del nostro Salento, facendole sopravvivere e valorizzando il nostro passato, le nostre origini, il mondo da cui proveniamo, e che dobbiamo impegnarci a non far scomparire del tutto, perché così capiremo meglio il nostro presente. E poi la Candelora! Febbraiu curtu e maledettu: così recita un vecchio detto salentino e continua "è rravata la Candelora e lu friddu se ne vola".
La ricorrenza del "Fastum Candelarum", la festa delle candele che dal 1440 coinvolge la cristianità di tutto il mondo, simboleggiata con la benedizione delle candele votive nelle chiese, è molto sentita nel nostro territorio, le si dà il significato di rivitalizzazione delle piante e delle campagne, attraverso una spinta rigeneratrice della temperatura che con il passare dei giorni tende ad essere sempre più mite, annullando così le angherie che i terreni hanno dovuto subire nel periodo più freddo. Febbraio, infatti, dal latino februare, significa proprio purificare.
E' molto importante cercare nei nostri paesi proverbi, leggende, filastrocche, credenze, canti, usanze tradizioni che ancora testimoniano la grande cultura e sapienza della nostra gente nel passato.
E poi i riti della Settimana Santa che in tempi ormai lontani cominciavano con la riunione delle famiglie dei contadini sull'aia o nelle stalle per la recita del Rosario; in particolare la benedizione dei ramoscelli d'ulivo la domenica delle Palme, per donarli ai familiari e portarli nei campi a protezione del raccolto o nelle case; la sera del Giovedì Santo, dopo la celebrazione dell'ultima cena di Gesù, la visita nelle chiese del paese ai Sepolcri, circondati dalle vittule, caratteristici piatti colmi di grano germogliato al buio e legati con fiocchi rossi con i quali vengono ornati. Sin dalla mattina del giovedì e per tutto il giorno, la notte ed il mattino seguente è un via vai di gente tra le tre chiese (la Chiesa Madre e le Cappelle di S. Antonio e della Madonna) in virtù di una antica disposizione ecclesiale che elargisce, a tutti i fedeli che abbiano visitato almeno tre Sepolcri, una "indulgenza plenaria", in pratica una riduzione di pena nell'aldilà, un salvacondotto che all'occorrenza può tornare utile.
E la processione del Venerdì Santo, caratterizzata da un clima di mestizia e profonda commozione. L'organo della chiesa non suona più, le campane vengono legate e, nel silenzio, si ode solo la voce della "trozzala", rudimentale attrezzo in legno che, per mezzo di una linguetta che sfrega su di una ruota dentata, emette un suono stridulo molto caratteristico. La processione si snoda per le vie del paese, seguita da una folla immensa di persone e dalla banda. Viene portata a spalla la statua di "Cristo morto", di grandezza naturale, adagiata su una barella di legno ornata di fiori. Segue la statua della Madonna, vestita di nero, coperta da un lungo velo anch'esso nero e con un fazzoletto bianco in mano, preceduti dai confratelli delle due Congreghe (o Confraternite) castrignanesi, quella di S. Antonio con il classico saio scuro e quelli di S. Maria Mater Misericordiae, vestiti con una tunica bianca con orli azzurri; tutti recano candele e ceri accesi.
Poi la S. Messa di mezzanotte celebrata il giorno della vigilia di Pasqua ed ancora, il giorno della festa, "la predaca" dall'alto del pulpito fatta da un'appassionato "predacature" che, una volta, veniva appositamente da fuori; e le omelie dei Missionari durante i sermoni quaresimali che precedevano questo periodo, caratterizzate da uno straordinario spirito partecipativo dei fedeli che assiepavano la chiesa in ogni angolo, interesse non più riscontrabile tra la gente di Castrignano, diventata un pò apatica forse a causa dell'incalzante "civilizzazione". Infine "Pascarella", la festa del lunedì dell'Angelo, la Pasquetta tanto attesa da grandi e piccini. Intere famiglie si organizzano per la gita al mare o in campagna portandosi dietro il necessario per il pranzo da consumarsi preferibilmente all'aria aperta: orecchiette con ricotta "scante", polpette di uova, cuddhure con l'uovo, agnello al forno con patate e lamponi.
Lu municeddu
Un'antichissima tradizione della memoria popolare castrignanese è quella de "Lu Moniceddu" , personaggio dalle varie sembianze a seconda di chi riusciva a "vederlo" ma che generalmente era identificato nelle fattezze di un bambino vestito di bianco il quale si introduceva in casa nottetempo attraverso le canne fumarie dei caminetti o da qualche "fanesciu" lasciato aperto per consentire il ricambio dell'aria nelle calde notti estive. Era un personaggio caratteristico della fantasia popolare paesana, un folletto che veniva evocato dalla suggestione della gente semplice di quei tempi passati e che, secondo la memoria popolare, era un portafortuna sempre pronto a dispensare doni e buoni auspici, ma che aveva una particolarità: difatti era solito porre la domanda: ‹‹Voi sordi o cuperchi?›› alla quale bisognava rispondere al contrario di ciò che realmente si desiderava. E' per questo che non si ricorda alcuno che sia stato beneficiato dalle fantasticate piogge d'oro sconoscendo tutti questo importante segreto!
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